Editoriali | 18 aprile 2019

Patti per Torino: staffetta Renzi - Di Maio. Di Carlo Manacorda*

Gli impegni per Torino assunti da Di Maio avvengono in prossimità delle elezioni, così pure fu per "Open for Business", il patto per Torino di Matteo Renzi presentato in piena campagna per il referendum costituzionale. A pensar male si fa peccato ma...

Nel 2016 si chiamò “patto per Torino”. Nel 2019 è indicato come “contratto di sviluppo per Torino”. Ma la sostanza non cambia. Il Governo assume impegni per lo sviluppo della Città, e promette risorse per il suo rilancio.

Il “patto per Torino” nacque durante la campagna per il referendum di riforma della Costituzione. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha legato le sue sorti politiche a questa consultazione. Se il referendum è approvato, prosegue la sua attività politica. Se è bocciato, si ritira. Naturale che si dia da fare più che può affinché il risultato sia positivo. Gira quindi per l’Italia, e sottoscrive patti con le città, promettendo piogge di quattrini. Il 13 settembre 2016 stringe il patto con Milano. L’assegno governativo è di 2,5 miliardi.

Torino non può essere da meno. Il 6 ottobre 2016, al mattino durante l’Assemblea dell’Unione Industriale e al pomeriggio in un incontro con la neo-Sindaca ChiaraAppendino, Renzi presenta il patto con Torino. Indicato con le parole “Open for business” (stupende definizioni in lingua straniera, quasi che non esistessero parole nella nostra), è un insieme di strategie per favorire l’insediamento, nella Città e nel territorio,di nuove imprese. In ogni caso, nel patto ci sta tutto, dalla linea 2 della metropolitanaall’esenzione, come vorrebbe la Sindaca , da tasse per attirare gli investitori.

Come noto, il referendum non passa. Renzi si dimette e il “patto per Torino”, e il lavoro,frattanto sviluppato per attuarlo, svaniscono.

Il 14 aprile 2019, in un blitz a Torino, il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, nonché Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio annuncia che è pronto il decreto che riconosce Torino e comuni limitrofi quale area di crisi complessa. Rimarca che il decreto dà luogo a un vero e proprio contratto di sviluppo per Torino, che consentirà il superamento della crisi. L’assegno governativo è di 150 milioni complessivi. Si interverrà su progetti riguardanti lo sviluppo dell’auto elettrica, l’aerospazio, la salute e le biotecnologie. Politecnico, Unione Industriale, Associazione Piccole e Medie Imprese ed altri soggetti decideranno come e dove usare i fondi. C’è dunque nuova materia sulla quale lavorare, programmando e decidendo.

Però, per programmare e decidere, occorre che esista il punto di partenza, cioè il decreto. Del provvedimento annunciato da Di Maio, dal 14 aprile si sono perse le tracce.

Un noto politico del passato (Andreotti) sosteneva che “a pensar male si fa peccato ma, qualche volta, si azzecca”. Seguendo questa strada, si possono fare due pensieri cattivi.

Primo pensiero. Tanto la visita e gli impegni assunti da Renzi, quanto la visita e gli impegni assunti da Di Maio sono avvenuti e avvengono in prossimità di chiamate alle urne dei cittadini. Allora per il referendum del 4 dicembre 2016; ora per le elezioni regionali ed europee del 26 maggio 2019. Non è che, per caso, i politici compiano questi fatti per sollecitare il consenso dei cittadini verso i partiti rappresentati?

Secondo pensiero. Non si vorrebbe che il decreto annunciato da Di Maio appartenesse a quella categoria di provvedimenti raccontati a voce ma ancora da scrivere. A questa categoria, ne appartengono già altri: decreto crescita e decreto sblocca cantieri. Pare che anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia criticato procedure di questo genere, che possono anche violare norme costituzionali.

Come detto, dal “patto per Torino” di Renzi non c’è più nulla da attendere. Il “contratto di sviluppo per Torino” di Di Maio è un capitolo alle prime pagine. Ma, senza vedere cosa c’è scritto nel contratto, è difficile firmarlo. Se non seguono fatti, anche il patto di Di Maio potrebbe finire come quello di Renzi, cioè sparire. Anche perché, per onorare i contratti, ci vogliono i soldini. E l’Italia ne ha sempre meno.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato