Editoriali | 28 agosto 2026, 11:02

I BTP fanno gola anche agli stranieri ma c’è poco da festeggiare. Di Carlo Mancorda*

La crescita degli acquisti esteri di BTP viene celebrata come un segnale di fiducia nell’Italia: attualmente gli investitori stranieri detengono circa il 36% del debito pubblico italiano, pari a 1.156 miliardi di euro. Il chè significa, da una parte, che se rendimenti e convenienza dovessero diminuire o la fiducia venire meno, i capitali esteri potrebbero defluire rapidamente, aumentando la pressione sui conti pubblici, dall'altra che gli interessi del debito nelle mani straniere, circa 40 miliardi di euro finiranno all'estero, ovvero non avranno alcuna ricaduta sul mercato italiano per acquisti di beni e consumi. Insomma, tanto entusiasmo non appare affatto giustificato...

I BTP fanno gola anche agli stranieri ma c’è poco da festeggiare. Di Carlo Mancorda*

Il Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni ha salutato, con grande entusiasmo, la crescita degli investimenti degli stranieri in BTP emessi dallo Stato italiano.

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha rimarcato che questo fatto testimonia la fiducia nella gestione economica del Paese praticata dal Governo.

I mezzi d’informazione (quasi tutti) si sono subito associati a questa esultanza.

Un’analisi meno interessata della questione porta però a concludere che c’è poco da festeggiare. Alcuni motivi.

    Se molti comprano - stranieri compresi - è perché il Governo continua a offrire titoli da acquistare. Quindi, fa crescere - come si dirà dopo - il già mostruoso debito pubblico italiano.

    Se il debito pubblico cresce, si spenderà di più per interessi. Quindi, diminuiscono le risorse finanziarie da destinare alla crescita.

    Gli interessi sui titoli acquistati da stranieri saranno spesi fuori dall’Italia. Quindi, non ci sono benefici per l’economia nostrana.

    Se diminuisce la convenienza dell’investimento, gli stranieri sono i primi a liberarsene.

Semmai, ci sarebbe da festeggiare se il debito pubblico diminuisse, evitando le suddette conseguenze negative. Ma tant’è.

Per esaminare l’argomento, partiamo da alcuni dati che lo riguardano, e cerchiamo di dare qualche risposta alle domande che possono sorgere.

Dati che riguardano l’argomento

Il debito pubblico è la somma di tutti i prestiti che lo Stato, non avendo entrate sufficienti, ha dovuto fare negli anni per pagare le sue spese. Ovviamente, per questi prestiti paga interessi.

La Banca d’Italia ha informato che, a giugno 2026, il debito pubblico italiano ha raggiunto un nuovo record: 3.207,2 miliardi di euro. L’aumento è stato, in un solo mese, di 26,2 miliardi; 135,9 miliardi su dodici mesi, da giugno 2025. La Banca d’Italia ha, inoltre, annotato che l’aumento del debito è interamente imputabile alle maggiori spese delle Amministrazioni centrali (Ministeri, Governo, e altri Organi dello Stato: Consiglio di Stato, Avvocatura dello Stato, Corte dei Conti, ecc.).

Del suddetto importo totale del debito pubblico italiano, gli investitori stranieri posseggono oggi 1.156,0 miliardi di euro, il 36% circa. La parte restante è in mano a italiani: banche, compresa la Banca d’Italia, investitori vari, cittadini privati.

Chi sono i compratori esteri dei titoli del debito pubblico italiano

Sono fondi d’investimento, cioè quelle società che, raccogliendo denari da una molteplicità di risparmiatori, dispongono di somme ingenti di denaro da impiegare dovendo assicurare un rendimento a chi ha dato loro i soldi; fondi pensione che gestiscono risparmi dei lavoratori facendo investimenti per garantire loro un’entrata alla cessazione del periodo lavorativo, banche e compagnie di assicurazione. Naturalmente, anche soggetti stranieri privati possono investire, direttamente, in titoli italiani.

Perché anche gli stranieri investono in titoli del debito pubblico italiano

Chi investe denaro non è un benefattore sociale. Gli interessa un solo dato: quanto rende l’investimento.

Oggi anche gli stranieri aumentano gli investimenti in titoli italiani poiché questi pagano interessi superiori ai titoli di altri Stati.

Confrontando il rendimento di titoli decennali emessi dagli Stati di maggior peso dell’Unione Europea, è in testa la Francia che, fotografando la situazione al 19 /08/2026 - potendo gli interessi oscillare, sebbene di pochi centesimi, da giorno a giorno - paga un interesse del 4,11%. Ma subito dopo c’è l’Italia che paga il 4,07%. Sotto il 4%, tutti gli altri: Grecia, 3,95%; Belgio, 3,81%; Spagna, 3,70%; Austria, 3,47%; Germania, 3,26%; Danimarca, 3,06%.

Spesa per interessi relativi al debito pubblico

A gennaio 2026, la spesa per interessi relativi al debito pubblico è stata prevista, nel bilancio dello Stato, in 103 miliardi per il 2026, 106,5 miliardi nel 2027 e 107,8 miliardi nel 2029. È di tutta evidenza che tali importi aumenteranno, necessariamente, ancora sia per la crescita inarrestabile del debito pubblico indicata prima, sia per la crescita dell’inflazione causata dalle crisi e dalle guerre internazionali. Infatti, chi investe vuole avere un rendimento che assorba l’inflazione e gli lasci ancora un guadagno. Anche la Banca d’Italia avverte questo fatto nel suo “Rapporto finanza pubblica: fabbisogno e debito” del 14 agosto 2026

Come detto, l’importo del debito pubblico in mani straniere è di 1.156 miliardi, 36% del suo ammontare. Questa somma genererà interessi per 40 miliardi circa, forse anche oltre. I 40 miliardi saranno trasferiti interamente all’estero. Dunque non avranno alcuna ricaduta nel mercato italiano per acquisti di beni e consumi, acquisti che sarebbero ben utili per la nostra crescita economica.

Conclusioni (non scordando il rating)

Non sembra che un quadro con questi contenuti possa destare solo festeggiamenti. Però si preferisce presentare - d’altro canto, come sempre - soltanto l’eventuale lato buono della medaglia.

Inoltre, non si deve scordare che la fiducia nell’economia di un paese non la esprime ciascun paese per sé (tutti se la riconoscerebbero al massimo), ma alcune Agenzie Internazionali attraverso un giudizio definito, nel linguaggio economico, rating.

In poche parole, nel caso dei debiti statali, il rating valuta la fiducia che si ha nella capacità dello Stato di restituire il debito. Il rating valuta quindi anche il rischio che si corre investendo nei suoi titoli.

Il rating è espresso in lettere alfabetiche che partono dal livello più elevato AAA (la cosiddetta tripla A) e scendono, via via che si stima una capacità inferiore a rimborsare il debito, a due A, una A e poi tre B, due B e una B. Alcune Agenzie giungono fino alla C e alla D se l’investimento nei titoli dello Stato è a rischio elevato.

Ai Paesi dell’Unione Europea, un’Agenzia (Standard and Poor's) assegna la tripla A a Danimarca, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia, scendendo poi a due e a una A. L’Italia ha un giudizio di BBB + come la Bulgaria, cioè l’investimento nei loro titoli esprime un giudizio ancora relativamente sicuro.

Se resta la fiducia, gli investitori non scapperanno. Se però venisse meno o diminuissero gli interessi pagati sui titoli del debito, gli stessi investitori si libererebbero, immediatamente, dei BTP italiani, e andrebbero a cercare investimenti più sicuri e redditizi in altri Paesi.

Carlo Manacorda * Economista ed esperto di bilanci pubblici