Editoriali | 09 giugno 2026, 07:58

Riduzione delle accise mentre il debito pubblico sale a 3.200 miliardi. Cattivi pensieri...Di Carlo Manacorda*

L’attrazione fatale del debito pubblico, andiamo verso i 3.200 miliardi, e vengono cattivi pensieri sulle riduzioni delle accise sui carburanti: non si restituiscono forse somme già pagate dai cittadini?

Riduzione delle accise mentre il debito pubblico sale a 3.200 miliardi. Cattivi pensieri...Di Carlo Manacorda*

Il debito pubblico italiano cresce costantemente. La Banca d’Italia informa che siamo passati dai 2.981,6 miliardi di euro di gennaio 2025 ai 3.139,9 miliardi di euro di febbraio 2026 (158,3 miliardi in più). Alcuni prevedono che si raggiungeranno, a breve, i 3.200 miliardi di euro e oltre. È dunque vero che tutti i Governi s’impegnano (a parole) a ridurlo ma, nei fatti, non si sottraggono all’attrazione “fatale” di aumentarlo, attrazione che è tale per le conseguenze disastrose che l’aumento del debito pubblico produce nell’economia pubblica, con pesanti ricadute su quella privata

Trattandosi di cifre imponenti, può essere utile richiamare qualche concetto di debito pubblico, deficit, ed altri elementi che riguardano la gestione quotidiana dell’economia pubblica del Paese. Di questi termini, non si spiegano mai i non facili significati e le inevitabili conseguenze negative che generano quando si traducono in fatti concreti (forse volutamente poiché meno si capisce, meglio è, e non si generano ansie in chi ascolta).

Debito pubblico

Il debito pubblico è la somma di tutti i prestiti che lo Stato ha dovuto fare negli anni per pagare le sue spese che sono state superiori alle entrate per tasse e simili (cosiddetto stock di debito pubblico). Lo Stato acquisisce le somme a prestito vendendo BOT, BTP, CCT, ecc., impegnandosi a pagare interessi e a restituire il capitale alla loro scadenza.

Deficit

Il deficit è la differenza negativa tra entrate e spese dello Stato in un anno. Lo Stato può coprire il deficit facendo nuovo debito, o cercando di aumentare le entrate imponendo nuove tasse.

Situazione italiana

Come detto, il debito pubblico italiano naviga ormai verso i 3.200 miliardi di euro, forse anche oltre. Tenendo conto delle dimensioni della sua economia, l’Italia si colloca tra i Paesi più indebitati del mondo.

Il bilancio dello Stato prevede che, nel 2026, ci saranno entrate per tasse e simili per 721,3 miliardi di euro e spese per il funzionamento dello Stato nello stesso anno per 948,2 miliardi di euro. Quindi il deficit è di 226,9 miliardi di euro.

Per la sua copertura, lo Stato prevede infatti, nel bilancio per il 2026, di fare ulteriore debito per tale importo di 226,9 miliardi. Quindi, nessun tentativo di recuperare i 100 miliardi dell’evasione fiscale e, tanto meno, di tagliare un po’ gli sprechi, vistosamente e massicciamente presenti nella gestione delle finanze pubbliche.

Questo enorme debito pubblico ci costa, annualmente (dico CI, perché siamo noi cittadini che paghiamo), 103 miliardi di euro per interessi, che si prevede saranno 106,5 miliardi nel 2027 e 107,8 miliardi nel 2029. Il costo per interessi potrebbe aumentare ulteriormente se, a livello mondiale, si applicassero interessi più alti (come si sta già dicendo) a causa delle guerre e delle carenze di combustibile.

Rapporto debito PIL

Il debito pubblico viene (quasi sempre) messo a confronto con il PIL, cioè con il totale della ricchezza che un Paese riesce a produrre in un anno. Per l’Italia si stima che il PIL, nel 2026, potrà oscillare tra i 2.100 e i 2.300 miliardi di euro. Quindi, applicando alcuni meccanismi contabili previsti dalle norme, il rapporto debito/PIL dell’Italia si collocherà tra il 138% e il 140%. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2026 in questo rapporto l’Italia risulterà la maglia nera tra tutti i Paesi dell’Unione Europea, superando la Grecia che era la peggiore, ma che ormai è vista al 136,8%.

Conclusioni, clausola di salvaguardia

Tutti i centri mondiali che studiano l’economia (il già citato FMI, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – OCSE, l’Ufficio Statistico Unione Europea - Eurostat, ecc.) suggeriscono all’Italia di ridurre il debito pubblico. Infatti, dovendo pagare somme così elevate per interessi sul debito, dispone di somme modeste per gli investimenti produttivi che favorirebbero la crescita, cioè l’aumento del PIL.

Se l’economia crescesse, e quindi aumentassero anche le entrate per tasse e simili, anche il deficit si ridurrebbe, consentendo all’Italia di scendere al di sotto di quella percentuale del 3% sul PIL che ora la esclude dalla cosiddetta clausola di salvaguardia.

Questa regola prevede che, se lo Stato è sotto il 3% del rapporto deficit/PIL, può escludere dalla spesa pubblica e quindi dal calcolo del deficit gli investimenti nella Difesa e ora, se confermata definitivamente, anche quelli per l’Energia. Per l'Italia si tratterebbe di circa 12 miliardi nei prossimi tre anni per la Difesa e di circa 14 miliardi nel prossimo biennio per l’Energia.

Ma la concessione della clausola di salvaguardia non si traduce in euro dati dall’Europa a fondo perduto, ma soltanto nella possibilità di aumentare il debito pubblico per gli scopi propri della concessione. Nel caso dell’Energia, fare investimenti per migliorare gli impianti che la producono, non concedere agevolazioni o bonus.

Attualità

A proposito di agevolazioni, il 6 giugno il Governo ha varato il quinto provvedimento per la riduzione delle accise per contenere il prezzo dei carburanti fino al 3 luglio.

Ma, ahinoi, nel bilancio non ci sono fondi per questa riduzione. Per la copertura della spesa, si ricorre allora all’extragettito IVA, unartifizio contabile” che esiste dal 2008. Qui non interessa analizzare i modesti e tormentati valori della riduzione di benzina e gasolio, ma dire cos’è questo artifizio.

In soldoni, la clausola funziona così: siccome con l’aumento dei prezzi della benzina non aumentano solo gli extraprofitti di chi la vende ma anche il gettito dell’Iva che entra nelle casse dello Stato, si usa questo extragettito Iva per restituire ai cittadini quello che, in parte, hanno già pagato acquistando il combustibile a prezzi maggiori. È un cattivo pensiero ma, se non si dimostra il contrario, tale resta.

L’Iva al 22% si applica infatti sull’intero prezzo del carburante, comprese le accise, che incidono mediamente per circa il 35% sul costo di benzina, diesel, ecc. Nel complesso, l’imposta arriva così a pesare per circa il 18% del prezzo finale, e ha generato, nel mese di maggio 2026, un extragettito di 149,6 milioni di euro, che viene utilizzato per la copertura del costo del taglio delle accise stabilito il 6 giugno.

Carlo Manacorda * Economista ed esperto di bilanci pubblici