“Staffetta Cisl -Territori in Dialogo”, le proposte del sindacato per lo sviluppo regionale. I segretari di Torino e Piemonte, Giuseppe Filippone e Luca Caretti, chiedono l’apertura di un confronto per lo sviluppo del territorio e della regione
TORINO - Dopo Cuneo e Alessandria tocca al capoluogo. La Cisl ha presentato l'analisi dell’economista Mauro Zangola su società ed economia della Provincia di Torino. Due i panel “Torino e le nuove povertà: tra analisi e impegno” e “Industria a Torino: politiche e strategie per il rilancio”
Una provincia che si svuota e invecchia
Alla fine del 2025 la provincia di Torino conta 2.284.779 residenti. La crescita nell'anno è stata di appena di 645 unità - nel 2024 era stata di soli 92. Il saldo naturale è pesantemente negativo: 12.225 nati contro 26.532 decessi, con un deficit di oltre 14.300 unità. A tenere in piedi i numeri è solo il saldo migratorio con l’estero (+11.695), mentre quello interno è positivo ma esiguo (+3.257).
In cinquant’anni la provincia ha perso 91.032 residenti (-3,8%) e le nascite sono crollate del 63,4% - da 33.425 a 12.225. Secondo le previsioni ISTAT, entro il 2050 si perderanno altri 170 mila residenti.
L'invecchiamento galoppa: l'indice di vecchiaia (rapporto tra over 65 e under 14) è oggi 246,1 (2,5 anziani per ogni giovane), contro il 64 del 1951. Nel 2050, secondo ISTAT, salirà a 334,4.
Ne derivano due indicatori critici: l'indice di dipendenza strutturale a 60,9: 61 persone non attive ogni 100 che lavorano, contro 38 nel 1951 e l'indice di ricambio della popolazione attiva a 65,3: appena 65 giovani in ingresso ogni 100 lavoratori prossimi alla pensione, contro 188 nel 1981.
Impoverimento e fragilità sociale
Torino registra la più alta incidenza di famiglie beneficiarie dell’Assegno di Inclusione tra le grandi province del Nord: il 2,9% dei nuclei familiari, contro il 2,8% di Genova e l’1,8% di Milano. A dicembre 2025 sono 17.851 i nuclei assistiti, per un totale di 34.042 persone con un assegno medio di 663 euro al mese. Peggio di Torino, in tutta Italia, solo Napoli, Palermo, Roma, Catania e Cosenza.
La fragilità ha anche un volto visibile: il 26 gennaio 2026 l’ISTAT ha contato 1.036 persone senza dimora in città - terza realtà in Italia dopo Roma e Milano - con il 36% in strada o in sistemazioni di fortuna. Nelle strutture di accoglienza, 2 ospiti su 10 sono giovani tra i 18 e i 30 anni.
Il quadro della povertà su scala regionale - Torino produce il 60% della ricchezza piemontese - conferma la tendenza: l’8,8% delle famiglie piemontesi è in povertà relativa (soglia: 1.217 euro mensili per una coppia); lo è un piemontese su 10 (11,7%); il 14,0% dei residenti in Piemonte è a rischio povertà - circa 560 mila persone - con un balzo di 2,9 punti percentuali in un solo anno; il PIL per abitante della provincia di Torino è di 39.017 euro: tra le 12 grandi province del Nord, solo Varese fa peggio; il contributo di Torino al valore aggiunto nazionale è crollato dal 7,1% del 1971 al 4,0% del 2023.
Deindustrializzazione che non si ferma
Negli ultimi decenni la struttura produttiva della provincia di Torino è cambiata. È cambiato il contributo dei settori alla produzione di Valore Aggiunto. Nel 1951 “l’industria in senso stretto“ (che comprende le attività manifatturiere, di produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua) forniva da sola il 64,4% del Valore Aggiunto; il terziario forniva il 28,4%; il settore delle Costruzioni il 4,1% e l’Agricoltura il 3,1%.
Oggi il settore più importante è il terziario che fornisce il 70,5% del Valore Aggiunto prodotto nel 2023; l’Industria contribuisce con il 23,3%; le Costruzioni con il 5,6%, l’Agricoltura con lo 0,6%.
La profonda trasformazione della struttura dell’economia torinese emerge anche dai dati, di fonte ISTAT, che illustrano l’andamento degli addetti nelle unità locali delle imprese nei vari settori. In provincia di Torino tra il 1971 e il 2020, l’industria manifatturiera ha “perso“ circa 300 mila addetti recuperati dal settore terziario con l’aiuto delle costruzioni.
Tra il 1951 e il 2023 è diminuito anche e in misura consistente il contributo dei settori torinesi alla produzione del Valore Aggiunto nazionale. In particolare, il peso dell’industria è sceso dall’13,1% al 4,8%; il peso del terziario dal 4,7% al 4%.
Fra le Città Metropolitane del Nord, Bologna è la più “industrializzata” disponendo di un settore industriale che fornisce il 24,2% del valore Aggiunto locale; a Milano e a Genova il peso dell’industria si è ridotto in misura consistente scendendo rispettivamente al 12% e al 10%. In queste Città è alto il contributo del terziario che si assesta all’80,3% a Milano e al 77.5% a Genova.
Lavoro che manca, soprattutto per i giovani
Nel 2025 l'occupazione in provincia è calata di 12 mila unità rispetto al 2024 - 8 mila uomini e 4 mila donne. Il tasso di occupazione dei 15-64enni è sceso al 67,5%, posizionando Torino al 51° posto nel ranking nazionale. Il divario di genere resta elevato: 10,8 punti a svantaggio delle donne.
Il settore industriale da solo ha tagliato 17 mila posti di lavoro e le persone in cerca di occupazione sono cresciute di 19 mila unità lavoro nell'arco dell’anno, portando il tasso di disoccupazione dal 6,3% all’8,0% - 86° posto in Italia, mentre molte province lombardo-venete sono sotto il 2%.
La situazione dei giovani è particolarmente critica: tra i 15-29 anni lavora solo il 35,1% dei giovani: Torino è al 54° posto nel ranking nazionale. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è balzato dal 18,6% al 25,8% in un anno: 80° posto in Italia, peggio di tutte le altre province piemontesi. Il gender gap occupazionale tra i 25-34enni è di 12 punti a svantaggio delle giovani donne. Nei primi 9 mesi del 2025, il 76,9% delle assunzioni è avvenuta con contratti precari, con una punta del 77,5% per i più giovani. In trent’anni la provincia ha perso 178.517 giovani tra i 15 e i 29 anni (-35,8%)
«Questi dati non ci sorprendono, ma ci impongono di alzare la voce» ha detto Giuseppe Filippone, segretario generale CISL Torino-Canavese. «Torino è la provincia del Nord con la maggiore incidenza di famiglie in povertà relativa, quasi 34 mila persone che vivono grazie all'Assegno di Inclusione, oltre mille senza dimora per strada. Sono numeri che parlano di una città che fatica a reggere il passo delle aree più dinamiche del Paese. Ma ciò che preoccupa di più è la trappola in cui siamo finiti: la deindustrializzazione ha lasciato un vuoto enorme – 300 mila posti di lavoro manifatturiero persi in cinquant’anni - che il terziario non ha saputo colmare in termini di qualità e stabilità. E intanto i giovani se ne vanno o restano intrappolati nella precarietà: quasi uno su quattro tra i 15 e i 24 anni è disoccupato.
«Una provincia che perde residenti, invecchia a ritmi allarmanti, si impoverisce e vede erodersi la propria base industriale non può permettersi di galleggiare: ha bisogno di scelte coraggiose e di una visione» aggiunge Luca Caretti segretario generale CISL Piemonte. «Con un PIL pro capite tra i più bassi del Nord, con il peso della nostra industria sul valore aggiunto nazionale più che dimezzato in cinquant'anni, con 19 mila disoccupati in più in un solo anno e quasi tre giovani su quattro assunti con contratti precari, il punto è rimettere in moto un territorio che ha smesso di crescere. Serve una strategia di sviluppo per il Piemonte, costruita insieme tra istituzioni, imprese e sindacati, con politiche di filiera industriale e investimenti seri sulla nuova occupazione. La Cisl c'è e continuerà a fare la sua parte, al tavolo, con proposte concrete».





