Editoriali | 19 febbraio 2026, 11:50

Trattamento di Fine Servizio (TFS) degli statali e Bilancio dello Stato: un problema sempre attuale, con recenti sviluppi sconcertanti. Di Carlo Manacorda*

È giusto che la legge consenta di pagare ai dipendenti dello Stato il TFS, cioè la liquidazione, dopo mesi, talora anni, dalla cessazione dal servizio e anche a rate? La Corte Costituzionale dovrebbe dare, a breve, una risposta. Ma, nella discussione, c’è stato un fattaccio

Trattamento di Fine Servizio (TFS) degli statali e Bilancio dello Stato: un problema sempre attuale, con recenti sviluppi sconcertanti. Di Carlo Manacorda*

Pagamento della liquidazione ai dipendenti dello Stato

La questione ha una lunga storia. Il decreto-legge 79 del 1997 (L. 140/1997), a causa della pesante crisi finanziaria nei conti dello Stato esistente (anche) allora, stabilì che al pagamento della liquidazione al personale dello Stato si provvedesse “decorsi 24 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro. Nei casi di cessazione dal servizio per raggiunti limiti di età o di servizio, e per collocamento a riposo d'ufficio, “decorsi 12 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro”.

Nel 2023 la Corte Costituzionale, richiesta di stabilire se la norma del 1997 fosse legittima, ne ha riconosciuto il contrasto con la Costituzione e ha invitato il Parlamento a correggerla. La correzione è avvenuta da poco, nel Bilancio dello Stato 2026 (L. 199 del 30/12/2025, art. 1, co. 198). I 12 mesi sono stati ridotti a 9, ma a partire dal 2027. È possibile un pagamento anticipato di una prima rata fino a 50.000 euro, ma solo per pensionamenti di vecchiaia e grazie all’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, che ha aperto una linea di credito allo Stato a questo scopo.

Tuttavia c’era un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale per far decadere la norma del 1997, ora con la richiesta che, per il ritardo nel pagamento, fosse riconosciuta anche la rivalutazione monetaria.

Nella discussione alla Corte Costituzionale di pochi giorni fa, è avvenuto il fattaccio.

L’Avvocatura dello Stato ha difeso la legge sostenendo che una modifica della norma che prevedesse il pagamento istantaneo e integrale delle liquidazioni comporterebbe un impatto finanziario elevatissimo per lo Stato, con un esborso stimato di oltre 15 miliardi in tre anni e alto rischio per la tenuta dei conti pubblici (va infatti precisato che, a differenza di quanto fanno le aziende private, lo Stato non accantona, nel bilancio, l’ammontare complessivo delle liquidazioni del personale. La liquidazione per chi lascia il servizio costituisce una spesa dell’anno).

L’INPS, l’ente che paga le liquidazioni, ha presentato una difesa definita “sconcertante”. Citando ricerche economiche e avventurandosi in analisi psicologico-finanziarie, ha affermato che la rateizzazione delle somme della liquidazione è posta a tutela del pensionato. Chi riceve una grossa somma tutta insieme può essere portato a spenderla subito interamente e malamente, cadere cioè in un’euforia di spese eccessive.

Inutile a dirsi che la tesi dell’INPS è stata immediatamente rifiutata come inaccettabile da personale statale e sindacato. Essa insinuerebbe che lavoratrici e lavoratori pubblici, giunti alla pensione, non sarebbero più in grado di gestire responsabilmente una somma importante a loro dovuta. Secondo analisi condotte da uffici studi sindacali, il pagamento ritardato comporta anche rilevanti perdite per mancata rivalutazione e inflazione. E poi si obietta che ciascuno può fare dei propri soldi ciò che vuole. In ogni caso, ex lavoratrici e lavoratori dello Stato non hanno alcun bisogno di essere protetti.

E così i dipendenti statali, oltre che a continuare a essere bastonati per le liquidazioni, ora sono anche sbeffeggiati. Comunemente si dice ”mazziati e cornuti”.

Liquidazione dei dipendenti statali e bilancio dello Stato

A parte lo sconcerto per le affermazioni dell’INPS, la vicenda sopra esposta induce a un collegamento immediato con la narrazione governativa che i “conti dello Stato sono in ordine”.

Al di là del fatto che si dovrebbe forse chiarire, una volta per tutte, cosa s’intende con tale espressione, uno slogan continuamente ripetuto ma mai chiarito nei contenuti, proprio i conti che compaiono nel Bilancio dello Stato 2026 e il caso commentato del TFS dei dipendenti statali, non sembrano confermarlo.

Si sa che i numeri scritti nei bilanci parlano di più delle parole di chi li presenta. Il Bilancio dello Stato 2026 movimenta circa 1.000 e 300 miliardi di euro. Però, per pareggiare Entrate e Spese, deve fare debiti per oltre 220 miliardi di euro e, complessivamente, deve rastrellare oltre 550 miliardi di euro per poter restituire i 330 miliardi di euro del debito che scadono entro l’anno. Beh, se le cose stanno così, qualche dubbio sui “conti dello Stato in ordine” può anche venire. Ecco perché si temono i 15 miliardi di euro del triennio citati dall’Avvocatura dello Stato per pagare, nei tempi dovuti, la liquidazione agli statali.

E poi leggendo che questo debito costa, per interessi, più di 100 miliardi all’anno e che si indicano crescenti nel 2027 e 2028, anche sulla riduzione del debito pubblico (ora di oltre 3 mila miliardi) nascono dubbi. I conti continuano a sembrare non in ordine.

Tenendo conto di tutto questo, non solo i dipendenti statali che vanno in pensione ma anche tutti i cittadini possono sentirsi bastonati (tasse e costi pubblici in continuo aumento) e sbeffeggiati (mai informati correttamente sui conti dello Stato, conti tra l’altro tenuti in piedi proprio dai cittadini con il pagamento delle tasse).

Carlo Manacorda * Economista ed esperto di bilanci pubblici