Editoriali | 30 gennaio 2026, 23:31

Potere d’acquisto dei salari -10,5%, “carrello della spesa” + 24%, la realtà non fa sconti alle narrazioni e crescono i disagi per molti cittadini. Di Carlo Manacorda*

E' ingannevole parlare di aumento delle retribuzioni guardando soltanto al loro valore nominale se costi di beni e servizi, tasse e quant’altro crescono in misura maggiore. Negli ultimi anni i salari reali hanno perso il 10,5% del potere d'acquisto mentre il carrello della spesa ha subito un rincaro del 24% causa inflazione: sono dati che contraddicono ogni narrazione su condizioni diffuse di benessere degli italiani

Potere d’acquisto dei salari -10,5%, “carrello della spesa” + 24%, la realtà non fa sconti alle narrazioni e crescono i disagi per molti cittadini. Di Carlo Manacorda*

Tra il 2019 e il 2024, i salari reali hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto a causa della crescita dei prezzi.

Tra il 2021 e il 2025, il carrello della spesa ha avuto un rincaro del 24% dovuto all’inflazione.

Sono questi i dati più recenti (2025 e gennaio 2026) su questi argomenti, certificati, nei loro Studi e Rapporti, dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). Sono dati che contraddicono qualsivoglia narrazione governativa su condizioni diffuse di benessere degli italiani.

Salari e inflazione sono dunque due elementi che camminano a braccetto. Se i salari e, in generale, tutte le forme di retribuzione fissa come le pensioni si rivalutano fino a superare o almeno a pareggiare l’inflazione, si creano condizioni favorevoli per coloro che percepiscono questi assegni. Ma se l’inflazione è superiore all’aumento dei salari e delle altre retribuzioni, crescono gli stati di disagio per molte delle persone che le percepiscono.

Stando ai dati detti prima, oggi l’Italia si trova, purtroppo, nella seconda situazione, e molti cittadini ne stanno subendo gli effetti negativi: crescita delle difficoltà per far quadrare i loro bilanci.

Ciò premesso, quando si parla di salari, retribuzioni, pensioni e, in generale, di assegni corrisposti in misura predeterminata e costante, occorre fare, prima di tutto, una distinzione tra valore nominale e valore reale dell’assegno fisso.

Valore nominale e valore reale dell’assegno fisso

Il valore nominale dell’assegno fisso è rappresentato dalla quantità di denaro che viene corrisposto al soggetto che ha diritto di percepirlo. Il totale delle monete della busta paga.

Il valore reale dell’assegno fisso è dato dalla quantità di beni e servizi che chi lo percepisce può acquistare, pagando anche tasse e ogni altra somma che è obbligato a pagare. Questo è il potere d’acquisto dell’assegno.

È evidente che, sul valore reale dell’assegno, pesa l’aumento dei costi se c’è stato dei beni e servizi, cioè l’inflazione, così come pesano tasse e ogni altra spesa che il soggetto è obbligato a sostenere.

Per farla breve, i due valori non coincidono. Ed è ingannevole parlare di aumento delle retribuzioni guardando soltanto al loro valore nominale se costi dei beni e servizi, tasse e quant’altro crescono in misura maggiore.

La situazione è ancora più grave se l’aumento dei costi ha colpito di più quei beni che la persona deve necessariamente acquistare. Cioè il cosiddetto “carrello della spesa”.

Carrello della spesa”

Il “carrello della spesa” è un modo per indicare i prodotti che si devono acquistare nella vita di tutti i giorni: prodotti alimentari, per l’igiene, per la casa e altri beni di prima necessità.

Il prezzo al consumo di questi prodotti viene osservato con maggiore attenzione poiché l’impatto è particolarmente duro per le persone a basso reddito. Infatti, il loro bilancio familiare è assorbito, in buona parte, da queste spese essenziali, spese che non possono essere né rimandate né sostituite facilmente. Chi ha redditi più alti destina una quota minore del proprio reddito a questi beni, e può assorbirne più facilmente i rincari.

Secondo l’INPS, il valore nominale delle retribuzioni è aumentato, nel periodo 2019 – 2024, dell’8,3% contro un aumento dell’inflazione del 17,4%, quindi con una perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni del 9,1%. L’ISTAT non valuta il valore nominale ma quello reale delle retribuzioni. Per l’ISTAT la perdita del potere d’acquisto è del 10,5%.

Ancora l’ISTAT elaborando, a fine 2025, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, segnala che, nel 2025, c’è stata una crescita all’1,5%, rispetto all’1% del 2024. Si sofferma, particolarmente, sui beni del “carrello della spesa” che, negli anni dal 2021 al 2025, hanno avuto una crescita per l’inflazione del 24% rispetto al 17,1% dell’inflazione dello stesso periodo per tutti gli altri beni. L’aumento è stato così rilevante che l’Autorità competente (Antitrust) ha avviato un’inchiesta per verificare le cause di un’incidenza così elevata nei prezzi degli alimentari presso i supermercati. Ancora l’ISTAT rileva un aumento del 34,1% per l’energia.

In questo quadro già di per sé sufficientemente preoccupante, si cala il Rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) 2024 sui salari. Tra i 38 Paesi che fanno parte dell’OCSE, l’Italia è la maglia nera per i salari reali con un – 6,9% rispetto al quarto trimestre 2019, al terz’ultimo posto e prima soltanto della Repubblica Ceca e della Svezia (Germania – 2%, Francia + 0,1%). In soldoni, i salari reali sono ancora inferiori a quelli del 2019.

Sempre l’OCSE nel Rapporto sulla pressione fiscale sui salari 2025, cioè la somma delle tasse e dei contributi che pesano sul costo del lavoro sia per i datori di lavoro, sia per i lavoratori (cosiddetto cuneo fiscale), rileva che in Italia è salita, nel 2024, al 47,1% per un lavoratore singolo, contro una media dei Paesi avanzati del 34,9%. Per l’ampiezza del cuneo fiscale, l’Italia è al quarto posto dopo Belgio (52,6%), Germania (47,9%) e Francia (47,2%). Sotto la media Ocse il Giappone con il 32,6%, il Canada con il 32%, gli Usa con il 30,1%, il Regno Unito con il 29,4% e la Svizzera con il 22,9%. È evidente che la pressione fiscale da un lato fa aumentare il costo interno e per l’esportazione dei prodotti italiani; dall’altro si mangia quasi la metà del costo totale delle retribuzioni.

La realtà non è confortante e non fa sconti ad alcuna delle chiacchiere che si sentono su questi argomenti.

Carlo Manacorda * Economista ed esperto di bilanci pubblici