Economia allo specchio | 20 luglio 2021, 22:48

Debito pubblico italiano, nuovo record a 2.687 miliardi. È buono o cattivo? Di Carlo Manacorda*

Il debito pubblico italiano ha raggiunto, a fine maggio 2021, i 2.686,8 miliardi di euro, 176,83 miliardi in più rispetto a fine maggio 2020. A livello mondiale ci supera soltanto il Giappone e, tra i Paesi dell’Unione europea, soltanto la Grecia. Per l’Italia, sulla crescita del debito hanno inciso i decreti ristori, sostegni e simili: nel 2020, gli stanziamenti di spesa dello Stato sono stati il 31% in più di quanto si prevedeva prima della pandemia. La domanda è: quanto dei 2.687 miliardi del debito pubblico è buono e quanto è cattivo? Alcuni esempi, fra pubblico e privato, per chiarire il concetto

Debito pubblico italiano, nuovo record a 2.687 miliardi. È buono o cattivo? Di Carlo Manacorda*

Nella pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” del 15 luglio 2021, la Banca d’Italia informa che il debito pubblico italiano ha raggiunto, a fine maggio 2021, la somma di 2.686,8 miliardi di euro. 6 miliardi in più rispetto ad aprile; 176,83 miliardi in più rispetto a fine maggio 2020. Un nuovo record; in soldoni, una cifra monstre. D’altro canto, una crescita del debito pubblico c’è stata in tutti i paesi per gli interventi che le finanze pubbliche hanno dovuto fare per arginare la caduta dell’economia causata dalla pandemia di Covid-19. Purtroppo, a confronto con gli altri paesi, la situazione italiana è diversa poiché la crescita del debito si innesta su una voragine che esisteva già prima della pandemia. E così, nelle graduatorie del debito pubblico, a livello mondiale ci supera soltanto il Giappone e, tra i Paesi dell’Unione europea, soltanto la Grecia.

Per l’Italia, sulla crescita del debito hanno inciso i decreti ristori, sostegni e simili. Il quadro l’ha fotografato la Corte dei conti esaminando il bilancio dello Stato 2020. Nel 2020, gli stanziamenti di spesa dello Stato sono ammontati a 1.139 miliardi, 31 per cento in più di quanto si prevedeva prima della pandemia. I provvedimenti appena indicati hanno pesato per 205 miliardi.

Come sempre, i numeri parlano da soli. Tuttavia ― riprendendo espressioni cui sovente anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi fa ricorso ― quando si parla di debito: pubblico, ma anche privato, si suole distinguere tra debito buono e debito cattivo. È del tutto evidente che la distinzione vale soltanto a livello di giudizio poiché, dal punto di vista economico, il debito indica soldi che devono comunque essere restituiti.

Volendo, tuttavia, soffermarsi sulla distinzione appena detta, dobbiamo partire da una considerazione: non sempre si dispone delle somme che occorrono per fare alcune spese. Quindi, si ricorre a prestiti per poterle fare. Solitamente, si parla di debito buono se il prestito al quale si ricorre fa aumentare la ricchezza del soggetto che s’indebita: aumento di beni del patrimonio, possibilità di fare investimenti, ecc. Si tiene conto, cioè, degli effetti positivi che il debito può produrre. Il tutto si sintetizza nel detto: “ Ci vogliono i soldi per fare i soldi”.

È debito cattivo quello che sottrae soltanto soldi dalle tasche senza accrescere la ricchezza di chi s’indebita. Fare un mutuo o un prestito per comprare la casa o per aumentare la propria istruzione e professionalità è debito buono: si accresce il patrimonio o si creano le condizioni per avere lavori migliori e più remunerati. Fare un prestito per andare in vacanza, per comprare abbigliamento griffato, o per acquistare un’automobile di lusso di cui non si ha bisogno è debito cattivo.

Anche nel settore pubblico, valgono gli stessi criteri. Indebitarsi per realizzare opere e infrastrutture pubbliche, per migliorare la cultura dei cittadini, per risanare l’ambiente, per creare un’assistenza sanitaria più efficace è debito pubblico buono. Attuando opere e infrastrutture pubbliche, si crea lavoro e si facilita la vita di tutta la nazione. L’aumento della cultura dei cittadini consente loro di contribuire allo sviluppo in maniera più qualificata. La vita dei cittadini è migliore se l’ambiente è più tutelato. Più si interviene nella cura della salute, più si garantisce il diritto ad essa che la stessa nostra Costituzione proclama, con il ritorno economico, in prospettiva, di spendere meno se la popolazione si ammala meno.

È debito pubblico cattivo quello che si fa per poter proseguire, serenamente, negli sprechi del denaro pubblico: benefit e agevolazioni concessi a chiunque svolga una funzione pubblica o a categorie di cittadini privilegiate per natura; acquisti di beni e servizi inutili o fatti senza controlli; distribuzione di bonus a pioggia al solo scopo di aumentare il consenso elettorale; aiuti assistenziali assolutamente improduttivi e concessi senza alcun esame preventivo, e così via. Gli esempi in materia, passati e presenti, sono infiniti.

Naturalmente, tutti saremmo curiosi di sapere quanto dei 2.687 miliardi del debito pubblico è buono e quanto è cattivo. Il calcolo è, ovviamente, impossibile. Ci saranno debiti pubblici buoni e cattivi fatti da decine di governi succedutisi nel dopoguerra. L’impennata del debito pubblico c’è stata a partire dagli anni ’80 del secolo passato per l’aumento della spesa sanitaria, dopo la riforma del 1978 che ha esteso l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini (debito buono), ma anche (debito cattivo) per l’aumento della spesa pensionistica per la concessione, ad esempio, delle cosiddette “pensioni baby” nel settore pubblico (19 anni, 6 mesi e 1 giorno di lavoro), o per il riconoscimento di benefici agli ex-combattenti pubblici (7 anni in più per il trattamento di fine rapporto) e così all’infinito. Per non parlare dei debiti peggiori fatti per spese apparentemente ordinarie ma che nascondevano anche forme di corruzione (tangentopoli insegna, ma anche oggi alcuni debiti consentono di elargire somme assolutamente non dovute).

Parlando di questi argomenti, c’è tuttavia una considerazione che merita fare. Non disponendo di entrate sufficienti, lo Stato è costretto a fare debiti per finanziare spese buone (investimenti, interventi necessari a sostegno dell’economia, ecc.). Però è costretto a indebitarsi anche per la sua inefficienza operativa. Un miglior funzionamento dello Stato ― che incassa le somme dell’evasione fiscale e previdenziale (1.400 miliardi evasi nell’ultimo ventennio); che procede alla revisione della spesa pubblica (la famosa spending review sempre annunciata dai politici, ma mai attuata); in definitiva che controlla di più ― forse consentirebbe di ridurre il ricorso ai debiti. Questi potrebbero diventare tutti buoni non avendo più il peccato originale dell’incapacità dello Stato di gestire meglio le sue risorse.

Ora il Governo assicura che il Recovery Plan eliminerà tutte le inefficienze consentendo anche di ridurre il debito pubblico. Se sarà così, lo sapremo solo a consuntivo.

*Carlo Manacorda, economista ed esperto di bilanci pubblici

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