Editoriali | 07 novembre 2019

Fusione FCA – PSA: non è detto sia negativa sul piano industriale e occupazionale per l 'Italia. Ma un riassetto è prevedibile. Di Marco Corrini*

Il timore di ricadute occupazionali sugli impianti italiani, specie su quelli torinesi che non godono delle agevolazioni per il sud é reale. Dopo la fusione ci saranno stabilimenti in competizione ma chi dice che ad essere chiusi saranno quelli italiani? Davvero pensate che in Francia i dipendenti PSA non abbiano le stesse paure degli italiani di FCA? Fortunatamente, tutto il know how europeo dell'automotive si trova sparso tra nord Italia, Francia e Germania, per cui la nascita di un gruppo forte a livello mondiale, non é detto sia negativa sul piano dello sviluppo e su quello occupazionale nel nostro Paese. Certo, però, un riassetto generale é prevedibile, a partire dal top management. Intanto, forse, il nuovo gruppo ha già un altro obiettivo

Su questa vicenda, voglio dare il mio parere, non da esperto, ma da analista indipendente.

C'é da preoccuparsi vedendo i commenti dei giornali nostrani alla fusione FCA-PSA. Tutti parlano di depauperamento dell'industria italiana e tutti dimenticano che FCA non é un'azienda italiana, non lo é mai stata. Fiat lo era, ma non esiste più.

In realtà complimenti a John Elkan che sul piano finanziario ha fatto un'operazione brillante portandosi a casa una notevole plusvalenza e garantendosi perfino una ventilata pari dignità nel nuovo gruppo. Con questa operazione una valanga di quattrini finirà nelle tasche degli azionisti Exor e in fondo questo é quello che conta per la "Famiglia". Si tratta di un bel cedolone complessivo da 5,5 miliardi, ma dubito che anche solo una piccola parte di questo denaro verra investito in Italia.

Parliamo della fusione. PSA pare, avrà un posto in più nel CDA e questo basta ad alimentare timori di chiusure a raffica dei Plant italiani del gruppo. Chi dice questo non sa nulla di come funziona il controllo di una multinazionale di simili dimensioni, dove il solo obiettivo che conta é la crescita con massimizzazione del rendimento industriale finalizzata all'utile finanziario e alla soddisfazione degli investitori. A decidere saranno quindi gli obiettivi strategici e i risultati operativi di ogni singolo plant.

In queste realtà non c'é spazio per i nazionalismi partigiani e se conosco bene i francesi, credo che uno dei motivi che hanno indotto PSA ad accettare la fusione, sia stato proprio il volersi liberare dell'ingombrante cordone ombelicale rappresentato dal governo francese (Renault non lo poteva fare perché il governo francese vanta su di essa una golden share).

Il timore di ricadute occupazionali sui Plant italiani, specie su quelli torinesi che non godono delle agevolazioni per il sud, però é reale.

Di matrimonio tra PSA e Fiat si parla da 30 anni ma nè l'Avvocato, nè Marchionne lo hanno mai voluto celebrare, proprio per le troppe sovrapposizioni dei Plants dei due gruppi, che avrebbero imposto drastici tagli occupazionali. Tutto sommato, i tanto vituperati Giovanni e Sergio, al mantenimento dei livelli occupazionali italiani ci tenevano e hanno scelto altre strade. Sergio addirittura aumentò il numero dei dipendenti italiani del gruppo.

Ora i tempi sono cambiati, FCA non ha più neppure un briciolo di anima italiana e l'operazione si é potuta compiere con la soddisfazione di entrambi. Ciò che sorprende però é la totale arrendevolezza degli italiani in questa vicenda. É certo che dopo la fusione ci saranno Plants in competizione, ma chi dice che ad essere chiusi saranno quelli italiani? Davvero pensate che in Francia i dipendenti PSA non abbiano le stesse paure degli italiani di FCA? Fortunatamente, tutto il know how europeo dell'automotive si trova sparso tra nord Italia, Francia e Germania, per cui la nascita di un gruppo forte a livello mondiale, non é necessariamente detto che sia negativa sul piano dello sviluppo e su quello occupazionale nel nostro Paese. Certo, però, un riassetto generale é prevedibile, a partire dal top management.

Nessuno può sapere cosa accadrà, ma mettere il carro davanti ai buoi ora, mi sembra prematuro, anche perché dopo la cura Marchionne, i plants italiani hanno certamente guadagnato in efficienza e possono benissimo competere al pari di quelli francesi a condizione che rientrino nella strategia generale del nuovo gruppo.

Ora diamo un'occhiata ai numeri della fusione.

Ovviamente, non conosco i dettagli, ma analizzando i numeri noti, la situazione é questa. Alla chiusura di martedì 29 ottobre FCA valeva 18,5 mld, PSA 22,6. Sottraendo da FCA i 5,5 mld del “cedolone” e il valore di Comau (0,25 mld) e da PSA il valore di Faurecia (2,7 mld) si arriva alla capitalizzazione teorica di mercato, rispettivamente di 20 mld per PSA e di 13,25 per FCA (dati comunicati da Nicola Porro e non ho ragione per ritenere che non siano veri). In pratica PSA ha riconosciuto a FCA un premio del 28% (È stata brava Exor nella negoziazione ed Elkan ha dimostrato di aver imparato molto dallo Zio e dal suo "Tutore", Sergio Marchionne). Tutto questo con un patto di sindacato che gli permetterà di controllare il nuovo gruppo in modo paritetico. Credo basti questo a capire la portata epocale di questa operazione.

Non dimentichiamoci che Exor ha recentemente monetizzato alla grande anche con lo scorporo di Ferrari e con la vendita di Magneti Marelli. Davvero niente male, per un'azienda che in epoca Paolo Fresco, tutti davano per fallita.

Guardando oltre, la vicenda Fiat offre uno spunto di riflessione preoccupante.

Questa azienda ha vissuto per anni di contributi pubblici che hanno compensato lustri di anarchia sindacale interna al fine di una effimera pace sociale. Con questo modello, la Fiat é arrivata sull'orlo del fallimento, la situazione era talmente disperata che perfino lo Stato l'aveva abbandonata al suo destino. A quel punto l'azienda si liberò dei lacciuoli italiani, andò all'estero e risorse al punto da valere oggi più di 13 miliardi, sia pur dopo molte vicissitudini e malgrado le ovvie difficoltà finanziarie che ne compromisero il piano di investimenti. Ecco l'insegnamento terribile che ne deriva. Se Fiat fosse rimasta entro i confini italiani oggi non esisterebbe più perché in Italia, grande o piccola che sia l'azienda, non si può fare impresa, specie se manifatturiera. Lo insegna ancora oggi la vicenda, attualissima, di Arcelor Mittal.

Tornando sul pezzo, niente mi toglie dalla testa che la fusione FCA-PSA, vada oltre le convenienze dei due gruppi. In realtà credo che il nuovo colosso nasca con l'obiettivo di scalare nel medio periodo un altro gigante con i piedi d'argilla: General Motors. Vedremo se avrò avuto ragione.


*Marco Corrini, analista di marketing e scrittore

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