Il 3 luglio, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato un corposo fascicolo (54 pagine) con il quale certifica che, nel 2025, c’è stato un risparmio nelle spese dello Stato di 3,1 miliardi di euro.
Come fanno imprese e famiglie, da qualche anno anche la Pubblica Amministrazione ha deciso che, per contenere le spese, forse può giovare procedere, di tanto in tanto, a un loro esame.
La decisione è stata presa soprattutto dopo gli avvertimenti del Fondo monetario internazionale che constatava come la spesa del bilancio dello Stato italiano fosse totalmente impostata fuori da ogni regola economica. Infatti, nel bilancio, la spesa era programmata non in funzione di interventi valutati come necessari (predeterminazione di obiettivi) e definiti nei costi ma aumentando, automaticamente, i costi dell’anno precedente in una percentuale più o meno ragguagliata all’inflazione. Vigeva, cioè la regola della cosiddetta “spesa incrementale”. Nessuno poi verificava, più di tanto, quali erano i risultati conseguiti.
Nel 2008 viene quindi introdotto, nella gestione del bilancio dello Stato, il principio dell’«analisi e valutazione della spesa pubblica» (spending review) applicato, da tempo, in molti Stati esteri.
Per la verità, non si può dire che, negli anni, gli apparati pubblici abbiano dato particolare peso a questo principio, tanto che i cittadini hanno continuato e continuano a constatare inutilità di spese e vistosi sprechi di risorse pubbliche, ahinoi anch’essi causa della mostruosa crescita del debito pubblico.
Ora il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti intende dare prova di un’inversione di comportamenti, applicando la revisione della spesa nei fatti, e non soltanto a parole.
Purtroppo, l’annuncio del Ministro Giorgetti segue, di poco, quello dato l’11 giugno dalla Banca Centrale Europea (BCE) dell’aumento al 2,25% del tasso d’interesse.
Si deve tenere presente che, nell’area economica come in altre aree, quasi sempre esistono interconnessioni tra i diversi fatti che accadono. Così nei due casi indicati. Merita dunque fare qualche riflessione al riguardo.
Revisione della spesa (spending review) e finalità
La “revisione della spesa” indica le azioni che lo Stato fa (o dovrebbe fare, in base alla legge del 2008) al momento della predisposizione del bilancio dell’anno verificando, sulla base dei compiti di ciascun ministero, quante risorse occorrono realmente per svolgerli, il tutto senza compromettere la quantità e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e lo svolgimento delle funzioni generali dello Stato (per esempio, amministrazione della Presidenza della Repubblica, del Governo, ecc.).
L’obbligatorietà delle verifiche dovrebbe far emergere eventuali inefficienze, sprechi, duplicazione di costi, consentendo risparmi rispetto a quelli dell’anno/degli anni precedenti, il tutto, ovviamente, a beneficio dei costi complessivi della finanza pubblica.
Banca Centrale Europea (BCE): aumento del tasso d’interesse
La Banca Centrale Europea (BCE) è l’istituzione dell’Unione europea che ha tra gli altri il compito di mantenere la stabilità dei prezzi. Se il prezzo dei beni e dei servizi è stabile, cioè non aumenta, il denaro di cui si dispone consente di acquistare sempre tutti i beni e servizi che occorrono. Se invece i prezzi aumentano, aumenta cioè l’inflazione, occorre una quantità maggiore di denaro per fare i medesimi acquisti. Ecco perché le banche centrali come la BCE hanno il compito di mantenere la stabilità dei prezzi. Lo fanno, controllando la quantità di denaro che circola, poiché è soltanto in questa maniera che l’economia funziona sia per i consumi, sia per la crescita.
Nell’Unione europea si è convenuto che l’inflazione non deve superare, nel medio periodo, il 2%. Se lo supera, come sta avvenendo ora particolarmente a causa delle guerre che fanno aumentare i prezzi del petrolio, interviene la BCE che aumenta il tasso d’interesse, cioè il prezzo che le banche pagano per prendere soldi a prestito. Le banche, ovviamente, scaricano questo maggior costo sui clienti, famiglie e imprese, le quali sono costrette, per i maggiori costi, a chiedere meno prestiti alle banche. Chiedendo meno prestiti, riducono gli acquisti, con conseguente riduzione dei soldi circolanti. Acquistando di meno, i costi tendono a ridursi, e quindi diminuisce anche l’inflazione.
Per queste ragioni, l’11 giugno la BCE ha aumentato dal 2 al 2,25% il tasso d’interesse.
L’aumento dei tassi di interesse ha dunque effetti positivi non immediati sul contenimento dell’inflazione ma anche negativi immediati. Come detto, riduzione dei consumi di famiglie e imprese, con minori necessità di produrre beni e servizi; maggiori interessi su mutui e prestiti presso le banche.
Aumento del tasso d’interesse e debito pubblico
Un aumento dell’inflazione che induce la BCE, per le ragioni dette prima, ad aumentare il tasso d’interesse, si riflette anche sul debito pubblico. Infatti, coloro che prestano ora soldi allo Stato acquistando titoli di Stato (BOT, BTP, ecc.), pretendono tassi maggiori di rendimento dei titoli idonei a coprire la perdita nel tempo di valore dei loro soldi causata dall’inflazione.
Per i Paesi come l’Italia che hanno accumulato un debito pubblico mostruoso ormai vicino ai 3.200 miliardi di euro, pagare interessi maggiori per BOT e BTP significa, ovviamente, aumentare nel bilancio dello Stato le spese per interessi sul debito pubblico.
La gestione del debito pubblico segue regole complesse. Quindi, non è possibile valutare subito quanto l’aumento del tasso d’interesse disposto dalla BCE potrà far aumentare, nel tempo, le spese per interessi sul debito dello Stato italiano. Per chiarezza, i titoli di Stato acquistati in precedenza continueranno ad avere i rendimenti stabiliti al momento dell’emissione. Maggiori interessi potranno/dovranno essere stabiliti sui titoli da emettere da ora in poi.
Certo è che, considerando che lo Stato italiano, per coprire tutte le spese del 2026, ha necessità di indebitarsi per circa 230 miliardi di euro, qualche miliardo in più per interessi dovrà pagarlo. E questi miliardi si aggiungeranno ai già previsti 103 miliardi da pagare sugli oltre 3.000 miliardi del debito pubblico già esistente.
Ecco perché i 3,1 miliardi di euro risparmiati dallo Stato nel 2025 se li mangeranno le maggiori spese per interessi da pagare per effetto dell’aumento dei tassi d’interesse da parte della BCE.
D’altro canto, 3,1 miliardi di risparmi su una spesa di funzionamento dello Stato per il 2025 di 790 miliardi sono una percentuale di circa lo 0,4%, che non sembra un fatto da esaltare particolarmente.
Tagliando sprechi e spese inutili, forse qualcosa di più si può risparmiare, compensando gli eventuali ulteriori aumenti del tasso d’interesse che la BCE non esclude, a causa delle turbolenze di ogni genere attualmente esistenti nel mondo, ed i conseguenti maggiori interessi da corrispondere sui titoli del debito pubblico.



