Video - 11 marzo 2026, 19:03

Iran, la voce della diaspora a Torino: “La morte di Khamenei non basta, c’è il rischio che il regime vada avanti” [Video]

Intervista alla giovane presidente dell’associazione iraniana Diar: tra proteste, repressione e speranze di cambiamento.

Iran, la voce della diaspora a Torino: “La morte di Khamenei non basta, c’è il rischio che il regime vada avanti” [Video]

TORINO — La notizia della morte della Guida Suprema iraniana ha scosso la diaspora persiana nel mondo, ma per molti oppositori del regime non rappresenta necessariamente la fine del sistema di potere costruito negli ultimi decenni. Lo racconta Saghi Zavareh, 

 presidente dell’associazione iraniana Diar, attiva a Torino nelle manifestazioni e nelle iniziative di sensibilizzazione sulla situazione nel Paese.

«All’inizio non ci credevo, ero scioccata», racconta. «È una notizia molto importante, ma allo stesso tempo non cambia tutto. Khamenei era il simbolo del regime, il simbolo di questo potere. Però dietro di lui ci sono centinaia di persone pronte a prendere il suo posto».

Secondo l’attivista, il sistema politico iraniano non dipende da un singolo leader. Un ruolo decisivo sarebbe svolto dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. «Sono loro che tengono davvero il potere. Khamenei era un simbolo, ma le decisioni passano da queste strutture».

La diaspora iraniana in Italia, e in particolare a Torino, negli ultimi mesi è scesa più volte in piazza per denunciare la repressione nel Paese. Manifestazioni che hanno cercato di spiegare all’opinione pubblica europea cosa stia accadendo in Iran.

“Due mesi fa milioni di persone sono scese in piazza pacificamente, a mani nude, racconta Saghi, la risposta del regime è stata sparare. Hanno ucciso persone che chiedevano solo diritti».

Tra le rivendicazioni non ci sarebbe soltanto la questione del velo obbligatorio, spesso citata nei media occidentali. «Il problema non è solo l’hijab. Le persone chiedono libertà, la possibilità di parlare di politica, diritti civili ed economici. In Iran non puoi nemmeno discutere di politica: rischi l’arresto».

Saghi vive in Italia da quindici anni e non torna nel suo Paese da quattro. «Tutta la mia famiglia è in Iran. Abbiamo migliaia di prigionieri politici: persone finite in carcere solo per aver parlato».

Le informazioni sulle proteste, spiega, arrivano soprattutto attraverso la diaspora. «Siamo circa nove milioni di iraniani fuori dal Paese. Ognuno ha contatti con parenti o amici e così le notizie riescono a uscire».

Secondo la presidente dell’associazione Diar, però, il regime iraniano riuscirebbe comunque a influenzare la narrativa internazionale. «Il governo ha lobbisti in tutto il mondo, finanziati con i soldi del petrolio e del gas».

All’interno della diaspora non manca il confronto, anche duro, sulle possibili soluzioni per il futuro dell’Iran. Alcuni gruppi sostengono che la liberazione debba arrivare solo dal popolo iraniano, senza interventi esterni. Altri ritengono invece necessario un sostegno internazionale:”Alcuni di quelli che oggi parlano di rivoluzione sono gli stessi che 47 anni fa hanno contribuito alla nascita della Repubblica islamica».

Tra le possibili figure per una futura transizione, molti sostenitori dell’opposizione guardano a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. «Per molti di noi è una persona di cui ci si può fidare», sostiene. «In questi 47 anni è rimasto sempre oppositore del regime».

Nonostante la repressione, la diaspora continua a seguire con attenzione le proteste nel Paese. «Ci sono ragazzi che hanno registrato video prima di scendere in piazza dicendo: “Questo è il mio ultimo messaggio. Se moriremo, quando l’Iran sarà libero ballate anche per noi”».

La battaglia per il futuro del Paese è arrivata a un punto decisivo: «Pensiamo che questa sia l’ultima occasione. O adesso o mai più. Continueremo a lottare fino alla fine».

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