lineaitaliapiemonte.it | 05 dicembre 2023, 23:26

Crisi industriali, un copione che si ripete sulle spalle dei lavoratori: “Prima le promesse poi diventiamo fantasmi”

“In pochi hanno trovato un lavoro stabile, la maggior parte fa lavori a termine oppure non lavora per niente”. Lo raccontano alcuni operai ex Embraco per i quali a febbraio terminerà la Naspi e che in una lettera aperta dichiarano solidarietà ai lavoratori colpiti dalle recenti crisi aziendali sul territorio torinese ma fanno anche un atto di denuncia di un copione che, tristemente, si ripete: “Sembra quasi ci sia un metodo, una tecnica, un’arte nel chiudere le aziende e portare a spasso i lavoratori licenziati a suon di ammortizzatori, tavoli ministeriali e promesse”. Ecco il testo scritto dopo gli ultimi casi di Lear e Te Connectivity

Crisi industriali, un copione che si ripete sulle spalle dei lavoratori: “Prima le promesse poi diventiamo fantasmi”

Lear, TE Connetivity,Embraco, Whirlpool Napoli, GKN

Si scrive reindustrializzazione, si legge raggiro. E non è l’eccezione, ma la regola. Si ripete con tale regolarità che non può essere casuale. Assomiglia semmai a un metodo consolidato. Forse sarebbe il caso che il giornalismo di inchiesta, di approfondimento, solidale o militante, iniziasse a mettere tutti i casi in fila e a dire al paese la verità: sembra quasi ci sia un metodo, una tecnica, un’arte nel chiudere le aziende e portare a spasso i lavoratori licenziati a suon di ammortizzatori, tavoli ministeriali e promesse.

Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i licenziamenti, la chiusura, la delocalizzazione. Si fa qualche sciopero, qualche dichiarazione indignata, qualche presa di posizione forte ma dopo appena qualche settimana si inizia a convincere l’opinione pubblica che non si può impedire a una multinazionale di scappare. E sul più bello spunta una manifestazione di interesse, un compratore, una nuova possibilità, un consorzio, una cordata, uno sceicco, un gruppo industriale indiano. A volte si arriva proprio al passaggio di proprietà, altrimenti nemmeno a quello.

Ad ogni manifestazione di interesse, ad ogni mezzo accordo firmato, si sprecano i titoli dei giornali: soluzione, spiraglio, speranza. L’opinione pubblica si appaga e così capita che addirittura quando incontri il conoscente al supermercato, il vicino sul pianerottolo, ti dice anche: beh, dai, ora voi siete apposto…

La comunità operaia si trova per la prima volta di fronte a questa situazione. Non ha memoria dei raggiri già subiti dai propri colleghi con lo stesso meccanismo. E comunque è costretta ad andare a vedere le carte, perché sarebbe bollata come estremista e malfidente se facesse un processo alle intenzioni. Così, mentre tutti si concentrano sul compratore, di solito anonimo e misterioso, la multinazionale scappa. E nessuno la obbliga nemmeno ad una discussione chiara su cosa vende e sulla garanzia della continuità occupazionale e produttiva. Spesso non assolve nemmeno a basilari doveri di bonifica del sito. Né lascia una spiegazione chiara al territorio su come mai ha chiuso e su dove sono finiti i volumi delocalizzati.

In attesa del futuro, lo Stato interviene a suon di ammortizzatori. L’ammortizzatore logora, stanca, fiacca la lotta. Ti parcheggia. Poi arrivano i tavoli ministeriali, uno dietro l’altro. Ogni tavolo, una trasferta, bandierine, presidio, una trovata creativa, un picco di ascolti. Magari si firma anche qualche accordo, ma di una genericità disarmante. E quando lo si legge si ha la sensazione che nemmeno il rogito per uno scantinato sarebbe portato avanti con meno garanzie.

Il nuovo compratore poi si dilegua al momento opportuno. E tu rimani lì, nel limbo. Il vecchio padrone è scappato, quello nuovo non c'è. E finisci per implorare ancora un po' di ammortizzatore. E invecchi. Invecchia la tua professionalità, la tua convinzione, la tua determinazione.

O a volte il compratore arriva. E magari ricatta anche: chiede minori condizioni salariali, sfonda sul terreno dei diritti. E magari, dopo poco, si dilegua senza nemmeno aver riavviato la produzione. O a volte, peggio ancora, prende soldi pubblici e poi scappa. E finisci in seconda serata in qualche trasmissione dove qualche giornalista virtuoso scopre che in realtà il compratore era l'amico dell'amico degli amici.

E allora si aprono a volte anche inchieste, procedimenti. Che forse ti daranno ragione un giorno. Ma sarà "la ragione del ciuccio" perchè intanto tu non hai più un lavoro, una comunità, un gruppo. Non sei più nessuno.

Questa situazione l'ho vissuta personalmente sulla mia pelle e mi viene la rabbia sapere che molti miei colleghi non sono ancora riusciti a ricollocarsi lavorativamente dopo i proclami della politica regionale e nazionale su azioni mirate che si sono rivelate un enorme buco nell' acqua.

E sono anche stufo nel vedere politici senza scrupoli utilizzare queste vicende per fare passerella e dare false illusioni solo per raccattare qualche voto da parte degli operai disperati.

Servono azioni Vere e Serie da parte di tutti,in primis da chi dirige il Ministero del Made in Italy .

Ad oggi l'unica cosa che ho visto è una lunga fila di ex-lavoratori che sono diventati dei fantasmi

Un gruppo di lavoratori ex Embraco

Ti potrebbero interessare anche: