Editoriali | 17 febbraio 2021, 15:53

Radiografia delle Pmi italiane, i numeri del disastro: o si fa in fretta o crolla tutto. Di Marco Corrini*

Tutti i finanziamenti europei alle imprese deliberati per il Covid si fermano alle PMI, secondo la definizione però che ne dà la UE, trascurando completamente milioni di microimprese italiane che sono sull'orlo del precipizio. O la politica cambia i protocolli sanitari verso una coesistenza tra pandemia ed economia oppure cambia i modelli economici sui quali si basa tutta la vita sociale del Paese. Ma qualsiasi cosa decidano, lo facciano in fretta, perché qui sta per crollare tutto

Radiografia delle Pmi italiane, i numeri del disastro: o si fa in fretta o crolla tutto. Di Marco Corrini*

I tecnici ci dicano quanto durerà l'emergenza sanitaria, oppure la politica dovrà prendere in mano la situazione e decidere come far convivere col virus, le componenti economiche e sociali del Paese, che sono ormai al collasso.

Questa in sintesi è una dichiarazione dell'On. Osvaldo Napoli, da oltre 20 anni una delle voci di riferimento del Centro Destra italiano.

Io voglio spingermi oltre, e fare una fotografia dell'Italia che produce, partendo dalle PMI che sono quelle maggiormente colpite da un anno di pandemia.

La definizione di PMI, é diversa a seconda che si utilizzi il metro europeo o italiano.

Secondo la UE, per poter essere considerata una PMI, un'azienda deve avere: da 50 a 250 dipendenti e un fatturato annuo fino a 50 milioni di euro, oppure un bilancio annuo fino a 43 milioni di euro.

Come si può notare da questa definizione vengono escluse tutte le microimprese, che però rappresentano il grosso dell'imprenditoria italiana.

Secondo il rapporto CERVED 2018 le PMI italiane rispondenti a questo requisito sono solo 148.531, a fronte di oltre 5 milioni di microimprese attive sul territorio.

Questo particolare non é irrilevante, perché tutti i finanziamenti europei alle imprese deliberati per il Covid, si fermano proprio alle PMI, trascurando completamente milioni di microimprese, fenomeno tutto italiano, quasi sconosciuto all'estero.

Cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando.

Delle 148.531 PMI italiane, 123.495 sono piccole imprese e 25.036 sono medie aziende. Esse, rappresentano il 24% delle imprese che hanno depositato un bilancio valido e occupano oltre 4 milioni di addetti, di cui 2,2 milioni lavorano in aziende piccole e 1,9 milioni in aziende di medie dimensioni.

Il giro d’affari annuo, prodotto dalle PMI é stato di 886 miliardi di euro con un valore aggiunto di 212 miliardi (pari al 12,6% del Pil). Rispetto al complesso delle società non finanziarie, pesano per il 38% in termini di fatturato e per il 40% in termini di valore aggiunto (dati aggiornati Rapporto Cerved PMI 2018)

Numeri importanti, ma che letteralmente spariscono davanti all'universo delle microimprese, quelle da zero a 50 dipendenti, che non rientrano nel gruppo precedente (anche se considerare microimpresa un'azienda con 50 dipendenti é un eufemismo, ma così vuole la UE).

Stiamo parlando del 90% delle imprese attive in Italia 5,2 milioni di aziende, che danno lavoro a 11 milioni di addetti, con oltre 1100 miliardi di fatturato complessivo.

Le loro attività si concentrano nei settori dei servizi, dell’edilizia e dell’agricoltura (72% dei dipendenti totali).

Inoltre, vale la pena di notare come le microimprese abbiano un ruolo fondamentale nell’economia di alcuni territori.

Per le regioni meridionali ad esempio rappresentano l’83% della produzione, rispetto a una media nazionale del 57%.

A livello occupazionale invece la categoria rappresenta per il sud il 95% dell'intero mercato del lavoro (fonte il Sole 24 ore).

Appare quindi evidente che la questione non é solo economica, ma ha enormi implicazioni sociali, ed é uno scenario tutto italiano, che la UE e la BCE faticano a comprendere, e mi sembra che non lo comprendano neppure i governanti nostrani.

*** Al proposito, in passato ebbi a confutare le tesi della dottoressa Lucrezia Reichlin, nome di spicco della BCE e brillante economista, che riteneva che le piccole imprese italiane rappresentassero un problema per la competitività e la crescita del Paese. Lo stesso Draghi, sposando queste tesi, si é piú volte espresso per disincentivare ed addirittura annientare la microimpresa italiana, a favore dello sviluppo delle grandi corporation, in perfetta armonia col comune sentimento di tutti gli economisti piú importanti sia di area progressista che conservatrice.

In controcorrente, io feci rilevare che un'imprenditoria diffusa rappresentava un ammortizzatore naturale contro le crisi economiche, tesi confermata anche in questa crisi pandemica, in cui le microimprese resistono con mezzi propri, perfino meglio delle PMI, malgrado gli irrisori ristori dello Stato. Il problema é che non possono certo resistere in eterno. ***

Tornando all'argomento, la pandemia ha gravemente compromesso proprio il tessuto imprenditoriale più debole, che purtroppo é anche quello che in Italia rappresenta oltre la metà del Pil e il 50% della forza lavoro, e lo ha fatto in modo devastante.

Mediamente, tra PMI e microimprese, nel 2020 si rileva una perdita di fatturato media del 31%, con punte fino al 67% rispetto al 2019.

Quello che però preoccupa é il crollo generalizzato del MOL, o Margine Operativo Lordo, che dà una fotografia precisa di quanto pesino i costi fissi in una gestione aziendale. Nel caso delle agenzie di viaggio e dei tour operator, infatti, ad un calo del fatturato del 51,3% é corrisposto un calo del MOL del 222,1%. Negativo per il 7,8% é anche l'indice ROA che misura la redditività del capitale investito. In pratica questi (ed altri) operatori lavorano in fortissima perdita e sono sull'orlo del precipizio (ved. tabella allegata).

Il perdurare dello stato pandemico, assottiglia sempre piú le previsioni di una corposa ripresa nel 2021 e toglie a tutto il settore imprenditoriale, quella necessaria fiducia sulla quale si basa ogni investimento in una economia di mercato.

L'incipit con la sintesi delle dichiarazioni dell'On Napoli, é assolutamente condivisibile. O la politica cambia i protocolli sanitari verso una coesistenza tra pandemia ed economia, oppure cambia i modelli economici sui quali si basa tutta la vita sociale del Paese, ma qualsiasi cosa decidano, lo facciano in fretta, perché qui sta per crollare tutto.

Le imprese non hanno bisogno di elemosine, ma di certezze sulle quali poter investire, di un sistema bancario flessibile e capace di interpretarne le esigenze, e sopratutto di un Governo degno della fiducia dei suoi cittadini.

*Marco Corrini, analista di marketing e scrittore

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