Editoriali | 08 novembre 2019

I debiti degli Enti locali se li accolla lo Stato, senza costi per i cittadini (si dice), ma poi pagherà Pantalone (come sempre). Di Carlo Manacorda*

Insisti, insisti, nessuno potrà più dire che si fanno regali solo agli Enti locali che sono amministrati da partiti amici di chi governa. Sembrerebbe infatti che lo Stato, come ha già fatto per il Comune di Roma, si accolli i debiti di tutti gli Enti locali: Comuni, Province e Città metropolitane. Ammontano a 42 miliardi e pesano sui bilanci di questi enti. Passando allo Stato, non ci peseranno più. Ci penserà lo Stato a rimborsarli per interessi e capitale. Vediamo come stanno le cose

Il cosiddetto “decreto crescita” dell’aprile 2019 aveva trasferito allo Stato il debito del Comune di Roma: 12 miliardi. Ci furono subito proteste poiché il Comune di Roma aveva (ed ha) un’amministrazione vicina a chi governava. Infatti, per gli altri Enti locali, il decreto prevedeva soltanto un contributo ai Comuni capoluogo di Città metropolitana per aiutarli nel pagamento delle rate dei mutui accesi per spese d’investimento.

Frattanto è cambiato (in parte) il Governo. Politicamente, bisognava ristabilire gli equilibri. E così, da notizie apparse sui giornali (Il Sole 24 Ore del 31.10.2019), sembrerebbe che, nella legge di bilancio dello Stato per il 2020, si preveda che passeranno allo Stato i debiti di Comuni, Province e Città metropolitane (usiamo il condizionale poiché il provvedimento è ancora in discussione e, quindi, non si sa come finirà). Un decreto apposito, del quale però non si conoscono ancora i contenuti, stabilirà le modalità del trasferimento.

E’ naturale che notizie di questo genere, nel fracasso quotidiano che sta accompagnando la nascita della legge di bilancio 2020, passino in secondo piano. I cittadini sono più colpiti da discorsi sull’aumento delle tasse (aumento che ci sarà e pesante, anche se il Governo lo nega), sul blocco dell’aumento dell’IVA (che però è soltanto una sospensione, poiché l’IVA potrebbe nuovamente aumentare nel 2021), o sulle detrazioni di tasse e contributi per alcuni redditi (taglio del cuneo fiscale).

Tuttavia, anche il trasferimento allo Stato dei debiti degli Enti locali non è un fatto da sottovalutare. Infatti la legge di bilancio, oltre a prevedere questo trasferimento, stabilirebbe che tutta l’operazione deve avvenire a costo zero per la finanza pubblica. Cioè, il totale della finanza pubblica non deve registrare ulteriori peggioramenti.

L’autore dell’articolo apparso sul Sole 24 Ore cerca di interpretare questa disposizione osservando che il passaggio allo Stato dei debiti degli Enti locali consentirà una riduzione degli alti tassi d’interesse che molti di essi pagano per i loro debiti. Lo Stato è un interlocutore più forte coi creditori; può farsi valere di più di un Comune, specie se piccolo, nel chiedere una riduzione dei tassi d’interesse. Di conseguenza, per la finanza pubblica, diminuiranno i costi complessivi per interessi. E poi c’è sempre la Cassa Depositi e Prestiti presso la quale sono accesi molti mutui degli Enti locali. Poiché la Cassa Depositi e Prestiti è una specie di banca parallela in mano al Ministero dell’economia, si potranno escogitare artifizi vari per ridimensionare od estinguere i mutui. In definitiva, utilizzando varie metodologie, la finanza pubblica non registrerebbe variazioni in perdita.

Se tutto questo fosse vero, sarebbe come l’uovo di colombo. Ma allora ci si può chiedere: se l’operazione è così semplice e non crea altri buchi nella finanza pubblica, perché chi governa non ci ha pensato prima? Gli Enti locali non si sarebbero dissanguati per pagare i debiti. E non avrebbero aumentato le loro tasse e tagliato i servizi pubblici. Però le ipotesi si devono poi tradurre in numeri. Soltanto questi diranno se l’operazione che il Governo sta progettando avverrà realmente a costo zero.

Tuttavia i cittadini sono ormai diventati sospettosi. Anche se chi governa li assicura che determinate operazioni non richiederanno che loro mettano mano al portafoglio, non si fidano. Nonostante le assicurazioni, quasi sempre si sono visti appioppare tasse e contribuzioni varie per pagare le differenze negative di interventi che, in teoria, dovevano avvenire “senza nuove o maggiori spese per la pubblica amministrazione”. Si può quindi dubitare fortemente che un trasferimento da un soggetto ad un altro di ben 42 miliardi possa avvenire in perfetto equilibrio economico. Che non ci siano cioè né guadagni né perdite.

E così, se poi alla fine si fanno i conti e si accertano differenze negative, è sempre Pantalone che paga. Nel caso di cui stiamo parlando, Pantalone potrebbe anche pagare due volte. La prima volta ha dovuto mettere mano al portafoglio per tutti gli anni che l’Ente locale che lo governava faceva debiti e, per pagarli, gli aumentava tasse e balzelli di ogni genere (posteggio in strada, rette asili nido, mense scolastiche, ecc.). La seconda volta potrebbe verificarsi se i conti dimostreranno che l’operazione di trasferimento dei debiti da Enti locali a Stato non avviene a costo zero, ma presenta un risultato negativo (com’è probabile). Questa volta però si accorgerà meno dei pagamenti poiché i governanti nazionali li spalmeranno su tutta la popolazione del Paese.

A Pantalone che paga resta poi sempre un amaro di fondo: che non si chieda mai ad alcun amministratore pubblico che ha fatto i debiti di rispondere di questi.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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