Editoriali | 06 novembre 2019

Plastic tax: la tassa contro la gente che lavora. Di Giuseppe Chiaradia*

Anche la plastica, il materiale più inerte che ci sia, inquina l’ambiente? Questa tassa grottesca corre il rischio di mettere in ginocchio un comparto che nel 2018 ha fatturato qualcosa come 7,85 miliardi di euro. Dove sta l’inquinamento se la plastica è chimicamente inerte e quindi non può danneggiare nè piante né persone? Se c’è ancora della gente che getta le bottigliette sulla strada o sulle spiagge, allora multate i comportamenti scorretti, che colpa hanno i lavoratori delle aziende della plastica?

La tassa che prevede un’imposta di 1 Euro al Kg per bottigliette monouso, buste e vaschette in plastica è, nelle intenzioni degli estensori, quella di tutelare l’ambiente, riducendo la quantità di rifiuti in plastica e quindi l’inquinamento. Anche se essa sarà rimodulata o rinviata non dovrebbe esserci comunque. Perché la plastica non inquina e quindi non si può tassarla perché inquina: non ha senso. Vediamo le cose più in dettaglio.

La plastica non inquina

La plastica, nel senso di “sostanza dannosa per l’ambiente”, come piace dire a loro, non inquina affatto l’ambiente, in quanto non fa nessun danno alle piante né tanto meno agli uomini. Questo perchè i polimeri che la compongono sono chimicamente inerti ed inoltre essendo delle macromolecole ad altissimo peso molecolare non possono penetrare all’interno delle membrane biologiche che rivestono le cellule, sia quelle vegetali, sia quelle animali, e conseguentemente non possono arrecare nessun male nemmeno con una pura presenza intercellulare.

E’ per questi motivi che i contenitori alimentari possono essere in plastica. Non una plastica qualsiasi, ma una di quelle che ha superato le demenziali norme di accettazione stabilite dalle direttive della Comunità Europea. Quindi: prima ti devi fare un mazzo così per fartela approvare dai burocrati di Bruxelles, dopodichè i mestieranti dell’ambientalismo ti tassano perché la tua plastica è idonea all’uso alimentare! Adesso capisco perché gli indiani di Arcelor Mittal scappano via a gambe levate: questi sono fuori di testa.

Una cosa è la mala educazione, un’altra è l’inquinamento

Ovviamente, se sacchetti e bottigliette vengono buttati per strada possono accumularsi e sporcare esteticamente l’ambiente, e non essendo biodegradabili, possono rimanere lì per secoli. Ma se c’è della gente sporcacciona, non è più giusto aumentare i controlli sulle spiagge o sulle strade e multare chi sporca? Non si possono potenziare i servizi di raccolta?

Invece di andare a punire i comportamenti scorretti dei singoli, si va a punire le aziende che lavorano nella plastica, incolpandoli implicitamente del fatto che qualche incivile butta le cose per terra (ieri tanti, oggi pochi).

Effetto dissuasivo

Ed anche ammettendo per assurdo che la plastica inquini, quale è l’effetto dissuasivo? La tassa va poi a scaricarsi sull’imballo, il quale incide in misura modestissima sulla singola confezione, che non indurrà sicuramente il cittadino male educato a cambiare le sue abitudini.

Raccolta differenziata

E poi esiste già la raccolta differenziata, che è stata pensata per riciclare i materiali plastici ed evitare che vadano a discarica o incenerimento. E questo è un costo che hanno dovuto sopportare i cittadini. Ovviamente le aziende scaricheranno il costo della sul manufatto e quindi sarà il cittadino a pagare di tasca propria le paranoie anti industriali dei grillini.

Ovviamente per i benestanti, quelli asserragliati nelle ZTL della città non cambia niente ed essendo tutti ambientalisti al 100%, non possono che plaudire alla punizione generalizzata contro gli italiani che non arrivano a fine mese. Perbacco, per quella gente la sentenza è sempre è sempre la stessa: colpevole di essere povero.

Andate a fare gli ambientalisti nel Terzo Mondo

Sicuramente in molti Paesi del Terzo Mondo od emergenti si comportano come noi 50 anni fa, gettando i rifiuti dove capita. Ed allora che senso ha mettersi a guardare la pagliuzza facendo finta di non vedere la trave? In mezzo all’oceano Pacifico c’è un’enorme superficie sulla quale si sono accumulati milioni di tonnellate di plastiche e rifiuti galleggianti di tutti i tipi. Se non vi piace (giustamente) che quelle popolazioni buttino in mare i rifiuti, andate a rompere le scatole a loro e a noi lasciateci lavorare

La solita passività degli industriali

Gli industriali del settore, come al solito si mettono a piagnucolare chiedendo pietà. D’altra parte, come diceva Don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può mica dare. Loro dovrebbero entrare nel merito della questione e dire con coraggio la verità, e la dico io per loro: la plastica non è una sostanza inquinante e pertanto non si possono imporre tasse etiche su una sostanza che non fa male. Si possono capire le tasse sul fumo, perché il fumo fa male e quindi la tassa in quel caso può avere un effetto dissuasivo. Ma non sulla plastica. Non ci deve essere nessuna tassa sulla plastica.

Il trucco è sempre lo stesso

Così come per l’anidride carbonica il trucco è sempre lo stesso, in verità applicato già da secoli per scatenare guerre, il casus belli: si trova un pretesto insignificante, se ne amplificano a dismisura le conseguenze e poi ci ricamano sopra per fare i loro business.

Ad esempio, la Direttiva (UE) del 5 giugno 2019 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, così recita al punto (5) delle considerazioni preliminari:

“Nell’Unione, dall’80 all’85 % dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge sono plastica: di questi, gli oggetti di plastica monouso rappresentano il 50 % e gli oggetti collegati alla pesca il 27 % del totale. I prodotti di plastica monouso comprendono un’ampia gamma di prodotti di consumo frequente e rapido che sono gettati una volta usati, raramente sono riciclati e tendono pertanto a diventare rifiuti. Una percentuale significativa degli attrezzi da pesca immessi sul mercato non è raccolta per essere trattata. I prodotti di plastica monouso e gli attrezzi da pesca contenenti plastica sono pertanto un problema particolarmente serio nel contesto dei rifiuti marini, mettono pesantemente a rischio gli ecosistemi marini, la biodiversità e la salute umana, oltre a danneggiare attività quali il turismo, la pesca e i trasporti marittimi”

Dove sta il trucco? Semplice, vengono citate le proporzioni delle varie plastiche, ma non ne vengono indicate le quantità assolute! Di plastica che vaga nei mari europei oggi ce n’è pochissima, questo perché nel corso degli anni non solo se ne è impedito lo scarico nelle acque: discariche, impianti di trattamento, termovalorizzatori, ma in più se ne è imposto la raccolta differenziata per il riciclo. Hanno il coraggio di scrivere che addirittura la piccola quantità di plastica mono uso e persino gli attrezzi dei pescatori (ma quanti sono ‘sti pirati dei mari?) si mette pesantemente a rischio tutto: gli ecosistemi marini, la biodiversità e pure la salute umana!

Qui siamo ai lisergici Strawberry Fields di John Lennon: nothing is real.

*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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