Editoriali | 05 luglio 2019

Decreto Crescita: Torino è fuori, poi si vedrà. Di Carlo Manacorda*

Lo Stato si fa carico di parte del debito “monstre” di Roma, per altre città un contentino ma Torino resta a bocca asciutta. E i piccoli comuni si salveranno anche con i sexy shop

Durante il lungo e vivace dibattito che c’è stato per la conversione in legge del cosiddetto “decreto crescita”, si era sperato che, magari con qualche aiutino per contiguità politica tra Governo nazionale e Governo cittadino, qualche eurino piovesse anche sul disastratobilancio del Comune di Torino. Così non è stato. Torino è rimasto a bocca asciutta, in attesa di future misericordie. Vediamo come sono andate le cose.

Della questione, avevamo già parlato un po’ in un “editoriale” di aprile pubblicato in questo sito ("Decreto crescita, uovo di Pasqua: sorpresona per il Comune di Roma, sorpresina per gli altri 7914 comuni d’Italia"). C’era e c’è il debito gigantesco della Città di Roma:12 miliardi.

Mediante comportamenti tipici della politica italiana (convengono a tutti i partiti poiché tutti hanno qualche scheletro nell’armadio), invece di individuare gli amministratori che hanno dilapidato le finanze dei comuni da loro amministrati e poi farli giudicare da un Tribunale (nelle aziende private si procede così), si sceglie di far pagare i debiti ai cittadini accollando questi debiti allo Stato (cioè ai cittadini). Ciò si traduce in aumenti di tasse, tagli ai servizi pubblici, riduzioni di investimenti e via cantando.

Così si è pensato di fare per il debito di Roma. Sarebbe stato trasferito allo Stato (cioè, ripetiamo, sarebbe caduto sulle spalle dei cittadini italiani).

Qualcuno, evidentemente, considerò un po’ eccessivo/spudorato l’accollo allo Stato dell’intero debito della Capitale. Quindi, con la legge di conversione del decreto crescita, si è stabilito che lo Stato (sempre i cittadini) si farà carico di questo debito per 1,4 miliardi: 74,83 milioni annui da pagare dal 2020 al 2048, che alla fine costeranno, per capitale e interessi, oltre 2 miliardi. L’accollo del debito da parte dello Stato è subordinato a risibili iniziative della Città di Roma: dovrà chiedere ai suoi creditori se preferiscono mantenere il credito nei suoi confronti o diventare creditori dello Stato (e chi non preferisce lo Stato come pagatore piuttosto che una città che traballa da tutte le parti?).

Sebbene a importo ridotto, l’operazione salva-Roma restava comunque ancora sfacciata.

Altre città hanno pesanti debiti che impediscono una gestione dei servizi pubblici efficiente ed efficace (Torino, ad esempio, ne ha per oltre 2,5 miliardi). Per fare un po’ di fumo, si decide allora di dare qualche contentino anche ad altre città. E così, in virtù di chissà quali algoritmi astrali, nella legge di conversione del decreto crescita la scelta cade sul Comune di Alessandria, cui si daranno 10 milioni annui per il 2020 e 2021, sul Comune di Campione d’Italia, che avrà 5 milioni all’anno a partire dal 2019, mentre altre agevolazioni saranno concesse ai comuni della provincia di Campobasso interessati da eventi sismici e della città metropolitana di Catania. Punto e fine.

Per gli altri comuni che sono anche capoluogo delle città metropolitane (come Torino) e che hanno debiti, si prevede l’istituzione di un fondo denominato “Fondo per il concorso al pagamento del debito dei comuni capoluogo delle città metropolitane”. Il fondo dovrebbe essere alimentato dalle economie che si riusciranno ad effettuare, negli anni dal 2020 al 2022, da parte della gestione commissariale della Città di Roma e da altre operazioni di contenimento di spese generali dello Stato. In conclusione, chi non è stato beneficiato dal decreto crescita dovrà attendere “che l’erba cresca”.

Certamente stupisce che il decreto crescita, prodigo di sussidi e agevolazioni per tutti (sussidio a Radio Radicale; taglio dell’IMU per i capannoni industriali; interventi per il salvataggio delle banche; bonus per chi dona alle scuole, ecoincentivi per moto e micro-car elettriche, ecc.), mantenga tranquillamente gli stati di precarietà dei comuni, cioè proprio di quei soggetti che, primi tra tutti, sono al servizio del cittadino.

Come nota conclusiva per così dire “di curiosità” si può ricordare che, in questa pioggia di contributi che saranno erogati dai comuni (anche se indebitati) con fondi dati dallo Stato (28 milioni fino al 2022 e 20 milioni dal 2023), sono compresi anche i sexy shop. Si prevedono incentivi economici per quattro anni “in favore dei soggetti che procedono all’ampliamento di esercizi commerciali già esistenti o alla riapertura di esercizi chiusi da almeno sei mesi nei comuni sotto i 20mila abitanti”. Tra questi esercizi commerciali sono compresi anche i sexy shop, dapprima esclusi ma poi inseriti affinché lo Stato non apparisse puritano, oscurantista e che impedisce le libertà sessuali dei cittadini.

Così i 315 esercizi di questa natura (dati infoCamere-Unioncamere di Mivimprese), coerentemente con la denominazione del decreto, potranno contribuire alla crescita economica dei piccoli comuni.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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