Messaggi in bottiglia | 10 ottobre 2021, 21:37

E se le culle vuote fossero figlie del deserto culturale? Di Marco Corrini*

Neppure i nuclei familiari immigrati riescono ad invertire la tendenza al calo demografico del nostro Paese e dell'Europa in generale. Con l'eccezione dell'Ungheria di Orban che ha messo in atto un piano epocale con risorse importanti, e con risultati, che oggi vengono presi come riferimento e modello da tutti i demografi mondiali e dalla stessa Commissione Europea. Il tasso di fertilità totale ungherese è in ascesa da un decennio, con una crescita lenta ma graduale, senza interruzioni, accompagnata dalla crescita della propensione al matrimonio. Alla base di questa svolta elementi di politica economica ma anche culturale tesa a rivalorizzare positivamente l’ideale della famiglia naturale

E se le culle vuote fossero figlie del deserto culturale? Di Marco Corrini*

La pandemia ha ulteriormente aggravato la flessione delle nascite, ormai diventata una vera emergenza nazionale.

L'Istat afferma che nel medio periodo la popolazione italiana é proiettata verso il suo dimezzamento, e il tentativo di invertire il trend integrando popolazioni immigrate non pare aver avuto successo. I nuclei famigliari immigrati, infatti, reagiscono al cambiamento di stile di vita esattamente come gli italiani, e rapidamente stanno adeguando i loro standard riproduttivi alla desolante media nazionale.

Ne deriva che tutta la massiccia, quasi forzata, politica migratoria messa in atto negli ultimi 10 anni, anche a costo di importanti problemi sociali, non ha dato i frutti sperati in termini di natalità, parametro che continua il suo costante ed inesorabile calo.

Le deboli politiche di sostegno alla famiglia, messe in atto dai governi italiani negli ultimi 20 anni, si sono rivelate totalmente inefficaci, anche a causa della esiguità dei fondi stanziati.

In realtà, a livello europeo, fino ad ora, il calo delle nascite, non è stato mai percepito come problema epocale. Se ne è sempre e solo parlato nelle conferenze, senza tuttavia predisporre un piano serio che permettesse di invertire il trend in un tempo ragionevole. Si sono investiti pochi spiccioli per accontentare le associazioni di turno che garantivano appoggi politici, quasi vedendo questo problema come un fastidioso disturbo davanti ai ben più pressanti scenari nazionali ed internazionali che si andavano via via profilando.

Questo atteggiamento non è stato proprio solo del nostro paese, ma è stato un denominatore comune in tutta la UE che ora si trova di fronte ad un problema che non può più ignorare, perché il calo demografico impatta enormemente sull'equilibrio sociale ed economico di tutto il continente.

Il primo, e finora unico, paese europeo ad affrontare seriamente il problema del cronico calo della natalità è stato l'Ungheria di Orban Viktor che, pur con la sua criticabilissima visione ultranazionalista, che lo ha messo spesso in contrasto con gli altri partner europei, ha messo in atto un piano epocale, con risorse importanti, e con risultati, che oggi vengono presi come riferimento e modello da tutti i demografi mondiali e dalla stessa Commissione Europea.

Il percorso ungherese, in realtà, è stato caratterizzato da un iniziale scetticismo con dati, che ad una prima analisi superficiale, parevano prefigurarne il fallimento.

Il confronto tra i nuovi nati e i decessi, infatti, a prima vista, non mostra alcun miglioramento demografico significativo e men che meno, quell’inversione del trend negativo fortemente auspicata dell’agenda natalista di Fidesz, il partito del premier. Infatti, le 92.233 culle riempite a fronte di 139.549 decessi del 2020, rappresentano una decrescita naturale di 47.316 persone, in aumento del 17% rispetto al 2019, quando il divario tra neonati e deceduti era stato di sole 40.140 unità.

In realtà, ad una analisi più approfondita ,la situazione appare assai diversa. Innanzitutto, l’ampliamento del divario tra nuovi nati e decessi è totalmente da imputare alla pandemia, il cui impatto è stato devastante,con una mortalità in aumento del 7.7% rispetto al 2019.

Poi, però, c'è il punto più importante: le nascite sono in forte crescita, e anche se non garantiscono ancora il ricambio generazionale, il trend si mostra nettamente invertito rispetto al passato, con un incremento del 3.4% in rapporto all’anno precedente.

Per dirla in termini più chiari, vuol dire che in Ungheria, il tasso di fertilità totale è salito da 1,49 a 1,55 figli per donna, valori neppure immaginabili in Italia, dove il tasso di fertilità 2020 è 1,24 (peraltro in caduta libera da anni e malgrado il contributo determinante dell'immigrazione extracomunitaria, che in Ungheria è praticamente assente).

Eppure, l’eredità trasmessa dall'immediata gestione post comunista ad Orban non era diversa da quella attuale italiana, con un tasso di fertilità di 1,25 figli per donna, che va ricordato, è uno dei più bassi mai registrati nella storia europea recente.

Il tasso di fertilità totale ungherese è in ascesa da un decennio, con una crescita lenta ma graduale, senza interruzioni, accompagnata dalla crescita della propensione al matrimonio.

Dal 2019 al 2020, infatti, i matrimoni sono aumentati del 3,1%. Detto in altri termini, significa che si sono formate 67.301 nuove coppie che hanno deciso di sacralizzare ufficialmente il loro legame affettivo.

Malgrado la nuova cultura contemporanea si impegni per incentivare modelli alternativi, nascite e matrimoni, almeno per ora, sono interconnessi e non si può pensare di riempire le culle senza riservare la giusta attenzione al benessere delle famiglie.

In Ungheria, sembrano aver compreso una verità lapalissiana, ovvero che il calo demografico è un evento che accomuna quasi tutte le società avanzate del globo, ed è provocato da elementi e peculiarità del modus vivendi dai quali sono scaturiti stili di vita avversi alla natalità, che hanno favorito la polverizzazione del concetto stesso di famiglia come nucleo protettivo.

I dati statistici parlano chiaro: dal 2010 al 2020 l'Ungheria ha registrato un aumento delle nascite del 24%, tanto da spingere l’attuale ministro della famiglia, Katalin Novak, a parlare di “svolta demografica”, un caso unico nell’Unione Europea.

Il legame con i matrimoni poi, è ulteriormente dimostrato dal dato relativo ai matrimoni stessi, che nello stesso periodo sono quasi raddoppiati, passando da 35 mila a 67mila.

Quella che la Novak ha definito (a ragione) una svolta demografica è il frutto di un decennio di politiche economiche, sociali e culturali a supporto di gioventù e famiglie, anche se l’impulso determinante è stato dato dal “Piano d’azione per la protezione della famiglia” del 2019.

Le misure introdotte dal programma sono state onerose, quasi epocali, e incidono per il 5% sul Pil ungherese, quattro volte superiori alle spese sostenute per la difesa del paese. Ma cosa prevede questo piano, e perché sta avendo un impatto così importante?

Prevede in sintesi, i seguenti strumenti:

🔵 Accesso a prestiti agevolati per le coppie che hanno almeno due figli.

🔵 Accesso a prestiti agevolati, detassazione e un sussidio per l’acquisto di una autovettura per le coppie che hanno almeno tre figli.

🔵 Possibilità di richiedere un prestito unico di circa trentamila euro per le coppie che hanno più di due figli. Il tasso d’interesse è variabile a seconda del numero dei figli e in circostanze speciali, può anche essere a fondo perduto.

🔵 Esenzione a vita dall’imponibile fiscale per le madri che hanno più di quattro figli.

Ai punti di cui sopra si sono aggiunti gli altri provvedimenti introdotti nell’ultima decade e in particolare nell’ultimo biennio:

🔵 La riduzione del 25% dei prezzi dell’energia per le famiglie.

🔵 La revisione del sistema fiscale a favore delle unità familiari.

🔵 L’introduzione di leggi ad-hoc a supporto dei lavoratori dipendenti con figli (bonus, buonispesa, permessi, congedi parentali, ecc.).

🔵 L’accesso gratuito alla fecondazione assistita.

🔵 E infine un elemento molto controverso, che ha comportato importanti frizioni tra l'Amministrazione ungherese e i paesi europei di ispirazione progressista: l’impiego di strategie di condizionamento culturale per incoraggiare i magiari, specialmente gli appartenenti alle nuove generazioni, a rivalutare positivamente l’ideale della famiglia naturale, tramite, libri, spettacoli, televisione, e personaggi pubblici o politici che pubblicizzano la propria vita privata per trasmettere il modello della “famiglia felice” (una tecnica, invero poco consona ad un sistema democratico, ma finalizzata a uno scopo decisamente nobile.

Al di là di quest'ultimo punto (che peraltro ha un'importanza non marginale) sul quale si è accesa una feroce diatriba in seno alla stessa UE, l’esperimento ungherese, dopo aver attratto la curiosità dei demografi indipendenti, sta iniziando a catturare l’interesse dei governi di tutto il mondo.

Malgrado la soluzione magiara offra molti spunti interessanti, non si può fare a meno di notare che tra Ungheria ed Italia ci sono grandi differenze, economiche, sociali, e culturali, per cui gli stimoli adottati in Ungheria difficilmente avrebbero lo stesso impatto in Italia.

Il piano ungherese, però, indica chiaramente che gli stimoli economici sono determinanti, ma da soli non bastano.

Serve anche una decisa esaltazione del ruolo della famiglia, che é l'unico ambiente in grado di ospitare, proteggere e fare emergere, il naturale desiderio di procreazione degli individui, di esaltarlo al punto da renderlo preminente rispetto alle peculiarità del modus vivendi nella società contemporanea. Questo é un elemento determinante, proprio quello che l'universo progressista nostrano, ma direi mondiale, si sta impegnando a distruggere con metodo certosino.

Per invertire la rotta c'è una sola strada: rendere l'onere della crescita della prole, il più possibile sostenibile e compatibile con gli attuali stili di vita dei giovani, cercando di minimizzarne gli impatti negativi esaltandone, nel contempo, le componenti positive, specie quelle emotive.

È un quadro complesso, ricco di incastri che non si realizzano con la sola erogazione di contributi pubblici a sostegno, ma richiede radicali interventi di promozione sociale, culturale, e perfino azioni di carattere legislativo che per ragioni ideologiche non rientreranno mai nei programmi di quella sinistra progressista che ormai comanda ovunque, anche a prescindere dai risultati elettorali.

*Marco Corrini, analista di marketing e scrittore

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