Editoriali | 13 marzo 2020

Coronavirus: terapia intensiva anche per l’Unione Europea? Di Carlo Manacorda*

Le “funzioni vitali” dell'Unione Europea, ovvero i principi che ne giustificano l'esistenza, sono in condizioni di salute gravi. Tra le altre: non rispettata la regola che vieta che tra gli Stati dell'Unione non vi debbano essere restrizioni alle importazioni ed esportazioni (Francia, Germania e Repubblica Ceca hanno vietato l’esportazione di mascherine e altri dispositivi sanitari di protezione specialmente verso l’Italia); non rispettata la regola che garantisce l'assenza di qualsiasi controllo sulle persone (Austria e Malta chiudono le frontiere agli italiani); non rispettata la “clausola di solidarietà” che stabilisce che l'Unione e gli Stati membri agiscano “congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale”; non rispettata la regola secondo cui l'Unione “completa le politiche nazionali per il miglioramento della sanità pubblica, per la prevenzione delle malattie e affezioni e per l'eliminazione delle fonti di pericolo per la salute”. Evidentemente, di tutte le regole ce n'è una che vale sempre: ognuno per sé e Dio per tutti. Dopo l'epidemia in terapia intensiva meglio ci vada l'Europa...

Sebbene provocando generale (e, ahimè, dolorosa) preoccupazione, il Coronavirus ha reso la terapia intensiva un argomento di grande attualità. Se un malato si trova in condizioni di salute particolarmente gravi, viene ricoverato nell’Unità di terapia intensiva, uno speciale reparto ospedaliero dov’è sottoposto a trattamenti che gli consentono di riprendere le sue funzioni vitali.

Trasferendo il ragionamento alle condizioni dell’Unione Europea, alcune sue “funzioni vitali” ― cioè i solenni principi e impegni stabiliti nei vari Trattati che ne hanno giustificato la nascita ― sovente manifestano condizioni di salute particolarmente gravi. Questa situazione si è verificata, in maniera grandiosa, negli ultimi giorni.

L’Unione Europea si fonda su accordi via via sottoscritti dai 27 Stati che ne fanno parte. Gli accordi sono riassunti in un documento definito: “Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea”. Il Trattato contiene tutte le regole che dovrebbero assicurare l’ordinato svolgimento dei rapporti tra gli Stati che hanno aderito all’Unione. Tuttavia, spesso questi Stati si dimenticano delle regole. Queste dimenticanze si toccano con mano dopo l’esplosione del Coronavirus. Ecco tre casi (che, al di là di ogni accordo, confermano la regola universale dell’“ognuno per sé e Dio per tutti”).

Una norma del Trattato vieta che, in linea di massima, tra gli Stati dell’Unione si stabiliscano restrizioni all'importazione di merci o misure simili. Bene. Nonostante tutte le assicurazioni che il Coronavirus non si trasmette attraverso le merci, la Grecia pretenderebbe che il formaggio grana italiano, per entrare nel suo territorio, sia accompagnato da un certificato (non si capisce di che genere) che ne assicuri l’immunità dal virus. Stesso discorso per le esportazioni. C’è il divieto di imporre, tra gli Stati membri, restrizioni sulle esportazioni di merci. Ma leggiamo che Francia, Germania e Repubblica Ceca hanno vietato l’esportazione di mascherine e altri dispositivi sanitari di protezione specialmente verso l’Italia.

Il Trattato stabilisce che l’Unione Europea garantisce l'assenza di qualsiasi controllo sulle persone, a prescindere dalla nazionalità, all'atto dell'attraversamento delle frontiere interne. Ma Austria e Malta fanno finta di niente e, senza alcun preavviso alle Autorità italiane come il Trattato stabilirebbe, chiudono le frontiere per gli italiani.

In tempo di Coronavirus, tutte queste violazioni delle regole dell’Unione possono trovare giustificazione in motivi di tutela della salute e della vita delle persone dello Stato. Però questo avviene in barba ad altre norme del Trattato che, in forza della “Clausola di solidarietà”, imporrebbero che l'Unione e gli Stati membri agissero “congiuntamente in uno spirito di solidarietà qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale”.


La palese violazione di queste regole certamente colpisce. Ma colpisce ancor più il silenzio degli Organi di Governo dell’Unione Europea i quali, anziché richiamare con forza gli Stati al rispetto delle norme, preferiscono tacere (mentre gli stessi Organi pretenderebbero che quanto deciso da Trump sulla chiusura dei voli dall’Europa verso gli Stati Uniti avrebbe dovuto essere concordato prima ― non si sa per quale motivo ― con la stessa Europa). Colpisce anche che soltanto negli ultimi giorni, di fronte alla gravità del Coronavirus e alle scelte necessarie degli Stati (Italia in prima fila) di fare debiti, l’Europa ― per bocca della Commissione europea nella quale siede, tra l’altro, un Commissario italiano e politico di lungo corso ―, lasci solo intendere possibili aperture sul mancato rispetto dei vincoli di bilancio senza precisarne la misura che è disposta ad accordare sullo sforamento (e, nuovamente, dove sta il rispetto del principio di “solidarietà”?).

Il cittadino non può non chiedersi se gli Organi che governano l’Europa Unita, assistendo a un fenomeno che tutti ormai sapevano che sarebbe esploso, non avrebbero potuto definire, preventivamente, politiche univoche sia in campo economico e sia a tutela della salute di tutti i 510 milioni di cittadini europei. Infatti, anche per quest’ultima ipotesi, il Trattato stabilisce che l'Unione completa le politiche nazionali per il miglioramento della sanità pubblica, per la prevenzione delle malattie e affezioni e per l'eliminazione delle fonti di pericolo per la salute fisica e mentale. L’azione dell’Unione comprende la lotta contro i grandi flagelli. E tale è, sicuramente, il Coronavirus.

Anche la Banca Centrale Europea (BCE) rompe, finalmente, il silenzio e annuncia interventi per 120 miliardi fino al termine del 2020. L’intervento consisterà in acquisti di titoli degli Stati che, per fronteggiare le spese eccezionali da sopportare in conseguenza del Coronavirus, dovranno aumentare ― come l’Italia ― il proprio debito pubblico. Di questi tempi, ogni intervento è ben accetto. Ma deve arrivare subito e non, come si suole dire, “a babbo morto”, cioè quando gli Stati saranno ormai annegati nei loro debiti.

Però, anche l’annuncio della BCE contrasta con un principio fondamentale dell’Unione Europea che stabilisce che tutti gli atti dell’Unione devono essere decisi nella massima trasparenza. E’ bene sapere (ma guarda che caso!) che tutto ciò che riguarda la politica dei soldi dell’Unione è deciso, in totale autonomia, da 6 persone che compongono il Comitato esecutivo della BCE. Sono queste persone che ora hanno deciso che siano 120 i miliardi messi a disposizione e ne decideranno la gestione (con buona pace della trasparenza e della democrazia).

Forse, quando il Coronavirus sarà un ricordo, l’Unione Europea dovrà chiedersi se non andare un po’ in terapia intensiva per riprendere le proprie “funzioni vitali”.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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