Editoriali | 16 febbraio 2020

Per inseguire Greta, il governo Conte sta mandando l’Italia in recessione. Di Giuseppe Chiaradia*

Invece di adoperarsi per rilanciare l’agonizzante industria italiana, il governo presieduto da Giuseppe Conte si è messo ad inseguire Greta, l’adolescente profetessa di sventure, con le ecotasse punitive su auto e plastica per fare cassa ed i surreali programmi di economia ambientalista, che hanno il solo scopo di piazzare nei prossimi mesi le paline per la ricarica delle auto elettriche prodotte fuori dall’Italia, necessarie per incrementarne la diffusione. In realtà l’obiettivo di Conte è tirare a campare fino a fine legislatura, e per stare a galla deve compiacere l’azionista di maggioranza di questo governo, la Klimat kanzlerin Merkel, desiderosa di inondare l’Italia e l’Europa di Volkswagen elettriche. L’inerzia di questo governo rivela una totale incapacità a comprendere e risolvere le gravi situazioni in cui sono piombate le poche industrie tecnologiche sopravvissute al declino industriale dell’Italia, vedi i casi Mirafiori, Mahle, Ilva, Whirpool, per citare quelli più gravi. Ed i risultati di questa incapacità, associata alla folle politica pseudo ambientalista, sono certificati dai dati Istat: se nel 2019 la produzione industriale è scesa del 1,3%, quella automobilistica è crollata del 13,9%. L’ennesima Waterloo dell’auto. Anni fa Gianni Agnelli disse che “ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, intendendo un fatto che tutti dovrebbero sapere: l’industria automobilistica, quella coi pistoni ed il tubo di scappamento, è il traino principale di tutta l’economia: non solo l’indotto, che coinvolge migliaia di componenti e quindi le relative aziende produttrici, ma anche la chimica, la metallurgia, l’elettronica, l’elettrotecnica, ed a seguire tutte le attività del terziario che hanno ragione di esistere in virtù del fatto che vi sono operai, impiegati e dirigenti che hanno uno stipendio da spendere. E se consideriamo che ormai tutte le altre produzioni del manifatturiero tecnologico sono realizzate in Asia, se l’Italia perde anche l’automotive non basterà la diffusa rete di piccole-medie imprese che operano nei settori dell’alimentare o dell’arredo a tenerla in piedi.

La strana passione dei grillini per le auto elettriche

Al tracollo delle vendita auto ha contribuito pesantemente la sciagurata campagna condotta dai grillini contro le auto termiche allo scopo di favorire quelle elettriche, tradottasi sia in provvedimenti punitivi verso i possessori di quelle auto, sia nell’accanimento maniacale contro il diesel, evidenziato dal blocco al traffico per PM10 persino degli Euro 5 e 6 da parte dei sindaci del partito di Beppe Grillo. Questi scellerati provvedimenti hanno indotto molti cittadini ad evitare l’acquisto di una nuova auto, continuando a mantenere quella che aveva. D’altra parte, in un siffatto contesto culturale, propenso alla decrescita infelice, l’auto ha cessato di essere uno status symbol: meglio sostituirla quando proprio è necessario (oppure quando i grillini saranno usciti definitivamente dalla scena politica).

La criminalizzazione del diesel non ha ottenuto però gli effetti sperati: le vendite di auto elettriche, malgrado i generosi incentivi, continuano a languire, altrimenti, oltre all’inganno, anche la beffa: tutte le auto elettriche sono prodotte fuori Italia. Per poter incrementare la vendita di Toyota, Tesla ed a breve Wolkswagen elettriche, è necessario realizzare massicci investimenti in infrastrutture elettriche. I componenti arriveranno in gran parte dall’estero, ma i soldi per acquistarli saranno ovviamente del contribuente italiano.

Perché dobbiamo rinunciare all’eccellenza nella meccanica quando non c’è alcun motivo per fare ciò?

Gli imprenditori italiani sono sempre stati all’avanguardia in tutti i campi della tecnologia meccanica, dove c’è molto ingegno dell’operaio e del tecnico, e poca ricerca scientifica, come succede nella chimica, per la quale sono necessarie ingenti risorse finanziarie per ricerca e sviluppo, che gli imprenditori non hanno o non vogliono mettere. Le storie straordinarie di Enzo Ferrari, Vincenzo Lancia e Nicola Romeo lo testimoniano. Il sistema di alimentazione common rail dei motori diesel, che ha permesso il successo di questo propulsore, è stato inventato dal barese Mario Ricci nel Centro Ricerche Fiat. Il Dragone non ha mai saputo eguagliare la capacità degli europei nel costruire veicoli a motore: ha dilagato dappertutto, ma non nell’automotive.

Considerando che l’Italia rappresenta un irrisorio 0,97% delle emissioni planetarie di anidride carbonica e considerando ancora che la quota dei veicoli passeggeri costituisce circa il 10% del totale, l’incidenza delle auto circolanti in Italia sulla emissioni di CO2 è paragonabile a quella di una cacatina di mosca. E allora, qual è l’impellente necessità per cui l’Italia deve perdere questa eccellenza nella meccanica e conseguentemente mandare in rovina la propria economia?

Mettersi a produrre le batterie in Italia, ma stiamo scherzando?

In giro si sente dire: vabbè, rinunciamo agli “inquinanti” motori termici e favoriamo la riconversione elettrica, stimolando con incentivi le aziende a produrre batterie, che sono il cuore tecnologico di questi veicoli, così si creano nuove opportunità di lavoro qualificati. Come se costruire batterie sia la stessa cosa che aprire una gelateria. La realizzazione di un accumulatore elettrico è un compito dell’Elettrochimica e della Scienza dei Materiali e questi settori richiedono spese immense in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico per ottenere un prodotto competitivo. Giapponesi, coreani e cinesi hanno già sviluppato ed applicato a veicoli già in circolazione accumulatori elettrici e continuano forsennatamente nel miglioramento di questa tecnologia (sinora, solo per le batterie al litio-grafite, sono stati emessi 22.500 brevetti !). Ecco i nomi di alcuni importanti costruttori: Samsung, LG, Sanyo, Panasonic: vi ricordano qualcosa? Certamente: i televisori, le radio, i telefonini, i computer. Sono ormai decenni che in tutta Europa non vengono più prodotti perché gli asiatici hanno conquistato il dominio in tutti i settori del manifatturiero tecnologico, ad esclusione dell’automotive.

E noi dovremmo chiedere ad un imprenditore nazionale di rimettersi di nuovo a competere con i big players asiatici in settori dove non solo siamo rimasti surclassati, ma dove non abbiamo più né competenze umane né industrie da cui ripartire? Oppure dobbiamo chiedere alla Samsung di venire in Italia ad installare uno stabilimento di batterie quando tutti scappano dall’Europa per andare in Cina a produrre?

Chiariamo bene: l’assemblaggio dei veicoli elettrici o delle batterie e tutta un’altra cosa rispetto a costruire motori termici e poi montarli sulle auto. Quelle sono attività che possono essere ampiamente automatizzate e compiute da personale non particolarmente qualificato. L’assemblaggio di un veicolo elettrico è simile a quello di uno smarthphone e nel manifatturiero di assemblaggio i cinesi sono imbattibili. Persino i coreani della Samsung, così come Apple, vanno a produrre i telefonini in Cina.

Quindi, dal punto di vista della razionalità industriale, Mirafiori è il posto meno adatto per quelle attività: una cosa è l’operaio che ti fa la rifinitura al tornio o salda a regola d’arte, un’altra cosa è il manovale che avvita i bulloni. Non saranno le presunte 80.000 500 elettriche di Mirafiori a cambiare le sorti dell’automotive in Italia.

Le auto emettono meno del 10% delle emissioni globali di CO2

Ci si chiede, ma se i governi della UE, per motivi apparentemente incomprensibili, vogliono ridurre le emissioni di anidride carbonica, perché devono massacrare l’industria automobilistica, che contribuisce con un modesto 10% sulle emissioni totali di CO2? Non possono cominciare riconvertendo le centrali a carbone che sono delle fortissime emettitrici di CO2, con quelle a metano, a biomasse o a rinnovabili? In Germania ancora oltre il 40% delle centrali elettriche vanno a carbone, e allora, perché accanirsi contro le auto termiche?

Confrontiamo le emissioni di CO2 antropiche in Italia col quelle planetarie, riferendoci ai dati del 2017:

anno 2017                         anno 2005

Mondo: 37.077 MT/CO2   30.049 Mt/CO2

Italia: 361 MT/CO2           498 Mt/CO2

Quindi, non solo l’Italia rappresenta un misero 0,97% delle emissioni totali, ma il suo contributo è sceso del 28% dal 2005 ad oggi: la sua decarbonizzazione l’ha già fatta, ma sulla pelle degli italiani, con la crisi economica, la chiusura delle fabbriche e l’impoverimento della popolazione.

Il vero motore ecologico è il diesel

Se per ecologia e sostenibilità si intende una società che rispetta la Natura e dove le sue risorse vengono usate con razionalità, senza andarne a disturbare gli equilibri, ebbene, il motore diesel è un vero motore ecologico e sostenibile. E’ così non solo perché, a parità di potenza erogata, consuma il 25% in meno del benzina e quindi sperpera il 25% in meno di combustibili fossili, ma anche perché può essere alimentato con il biodiesel, che è un combustibile che si ottiene dagli oli vegetali. Attualmente la legge impone un impiego del 7% di biodiesel nel carburante.

Quindi, se si vuole rendere ecologiche le automobili, basterebbe incentivare l’impiego di biodiesel, incrementandone il limite imposto fino al 30-40%. In tal modo oltre a ridurre proporzionalmente i consumi di petrolio, si ottiene una parallela riduzione dell’immissione di CO2, così facciamo contenta Greta (la combustione di biomasse comporta un incremento netto nullo di CO2 nell’atmosfera).

In più si realizza una vera economia sostenibile: l’olio per il biodiesel può essere fornito dalle coltivazioni di soya e colza idonee per le poco fertili campagne della Francia, della Germania e dell’Europa dell’est. Le industrie di trasformazione degli oli in combustibile sarebbero necessariamente tutte in Europa ed anche le case costruttrici dei motori rimarrebbero in Europa, visto che gli europei il diesel lo sanno fare ed i cinesi no.

Ovviamente non si può eccedere più di tanto nell’impiego degli oli vegetali per la combustione, per la limitatezza dei terreni disponibili ed evitare la distruzione delle foreste tropicali per produrre l’olio di palma. Ma in futuro, grazie alle biotecnologie che aumentano costantemente le rese dei terreni, all’ impiego di oli provenienti dalle alghe marine o da piante che crescono nelle aree desertiche come la Jatropha, si può pensare di incrementare ulteriormente quella quota.

L’impiego di una quota maggiore di biodiesel comporta un aumento della produzione di NOx e della qualità della combustione. Problemi tecnicamente superabili, ma che richiedono costi in ricerca e sviluppi e dispositivi aggiuntivi. Quindi un governo che curi l’interesse nazionale, oltre a imporre una quota sempre più alta di biodiesel, dovrebbe aiutare le industrie del settore con generosi finanziamenti per la ricerca e sviluppo in propulsori diesel sempre più efficienti ed ecologici e per l’installazione di stabilimenti di veicoli o motori del diesel ecologico.

In più si dovrebbero annullare tutte le tasse punitive sui motori termici e mettere un ecobonus sostanzioso su chi acquista questi nuovi veicoli diesel ecologici. L’ ecobonus sulle auto elettriche dovrebbe essere immediatamente eliminato. Il generoso Elon Musk ne rimarrà dispiaciuto, così come i suoi amici in Italia, i quali, chissà perché, odiano la Casta ma amano la Tesla. Sicuramente il popolo italiano ne trarrà beneficio, perché se si rimette in moto l’automobile, l’Italia riparte.

*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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