Editoriali | 19 gennaio 2020

La chiusura della libreria Paravia è colpa di politiche economiche sbagliate. Di Giuseppe Chiaradia*

La libreria Paravia chiude a causa delle sciagurate politiche economiche imposte dalla Comunità Europea ai compiacenti governi italiani che hanno portato alla desertificazione industriale ed al conseguente impoverimento del potere di acquisto degli italiani. A ciò si aggiungono la totale assenza di limitazioni allo strapotere dei grandi gruppi commerciali e la persecuzione della libera impresa con tassazioni assurde, una regolamentazione asfissiante e la criminalizzazione mediatica. Che sia una libreria storica, la latteria sotto casa, il bancarellaro o la Mahle, il problema è sempre lo stesso: il sistema economico che stiamo vivendo è ostile ai lavoratori, alle imprese e alle industrie, ed è a favore del solo capitalismo finanziario globale, i cui esponenti sono sempre più oscenamente ricchi.

La competizione con i big players dell’e-commerce e della grande distribuzione è sleale. Prendiamo il caso di Paravia. Questa libreria deve sostenere costi spropositati rispetto al fatturato: location necessariamente in centro, quindi affitti alti, poi IMU, TASI e costo del personale, che deve essere qualificato, visto che deve fornire informazioni su testi ed autori. Viceversa Amazon ha costi gestionali infinitamente bassi, se riferiti al fatturato: un mega-magazzino alla periferia, una struttura logistica con pochi dipendenti che si devono limitare essenzialmente ad infilare dati dentro un computer o spostare col muletto le merci, e fattorini sottopagati per il trasporto pacchi.

E’ noto il refrain che recitano come un mantra i giornaloni e gli economisti asserviti al businessmen della finanza quando si parla di crisi del commercio al dettaglio causata dalla grande distribuzione: il consumatore ci guadagna, questa è la sana logica del mercato, che permette al consumatore di pagare di meno la merce, che si tratti di un libro o di una maglietta. Conclusione: è giusto che il governo lasci scorazzare senza alcuna limitazione i big players del trading

Ma il consumatore non è una categoria sociale, l’Italia non può essere equiparata ad un gigantesco supermercato, dove c’è solo gente priva di identità che va a comprare. Quello che a loro piace chiamare “consumatore” è in realtà una persona con un corpo ed un’anima, che necessita di un lavoro per condurre la propria breve esistenza, ed il governo deve preoccuparsi di far sì che i cittadini abbiano un buon lavoro con un buon guadagno, e che possano aspirare, per sé e i propri figli, a prospettive interessanti di crescita sociale ed economica. Non è compito dei governi che stanno dalla parte del popolo far arricchire ulteriormente i già straricchi affaristi che imperversano nel mondo occidentale.

I supermercati e il commercio su internet distruggono un vasto tessuto di piccole imprese pre-esistenti, mandando a spasso non solo i titolari, ma anche i lavoratori di quelle attività. Nel contempo le aziende della grande distribuzione assumono un numero di lavoratori di gran lunga inferiore a quelli causati dalla chiusura di negozi.

E c’è da tenere presente che mentre il commesso di un negozio è spesso una figura specialistica, pensiamo ad esempio al commesso di Paravia o a un venditore di computer, agli addetti del commercio globale vengono proposte mansioni elementari: spostare mercanzie sugli scaffali o portare pacchi ai clienti. Risultato: stipendi ovviamente modesti, vista la scarsa qualità dell’opera prestata, o giovani laureati ridotti a fare lavori per loro umilianti. E soprattutto la mancanza di prospettive di crescita sociale: mentre il dipendente di un negozio poteva un domani sperare di aprire una propria attività simile o rilevare quella del titolare, che speranze di futuro può avere un cassiere di un supermercato? Di comprarselo lui mettendo assieme i risparmi dei genitori? Queste cose spiegano anche perché si fanno sempre meno figli: senza speranze di un futuro migliore, non si desidera avere molti figli. E troppo frequentemente si rinuncia persino ad averne.

Il costo del lavoro diretto per i big players del commercio è ridicolo. Già per i grandi gruppi industriali tipo FCA, zeppi di figure qualificate e laureati, arriva a malapena intorno al 5% del fatturato, figurarsi per l’e-commerce, dove servono plotoni di bassa manovalanza, mica il fine tornitore. Ecco perché vogliono l’accoglienza: per queste mansioni vanno benissimo gli africani che ci inviano le ONG. Così oltre alla beffa l’inganno: i lavoratori dei negozi che chiudono non potranno andare nemmeno a fare i fattorini: per quelli sono meglio i migranti, più disposti a stipendi miserabili.

Viceversa per i negozi il costo del lavoro incide in modo devastante. Gli oneri contributivi che paga il datore di lavoro per ogni dipendente sono all’incirca equivalenti allo stipendio netto. E’ come se il datore di lavoro avesse il doppio dei dipendenti; ed infatti molte attività non starebbero in piedi se non ci fossero i famigliari a gestirle direttamente. Bisogna tenere poi presente che chi apre un’impresa si attende che da questa ne tragga un cospicuo guadagno, altrimenti non farebbe l’investimento e non si assumerebbe i rischi connessi. Quindi anche se un negozio non è in perdita, il titolare può essere indotto a chiudere l’attività perché, alla fine, il lume non vale la candela.

Un governo che abbia minimamente a cuore le sorti dei propri cittadini dovrebbe dunque sostenere ed incentivare il commercio al dettaglio, cominciando ad esempio dal cuneo fiscale: gli oneri contributivi per i negozi al dettaglio e per le piccole imprese dovrebbero essere azzerati, il datore di lavoro dovrebbe versare solo lo stipendio al lavoratore e basta.

Una modesta riduzione generalizzata del cuneo fiscale, come quella presentata dal ministro Gualtieri in questi giorni è solo una mancetta elettorale che appesantisce ulteriormente i conti dello stato. Sarebbe stato meglio realizzare un sostanzioso taglio degli oneri per le piccole imprese, lasciandolo invariato per le grandi aziende, per le quali, come abbiamo già detto, il costo del lavoro diretto non incide significativamente sui risultati operativi dell’azienda.

Se oggi l’Italia fosse come quella dei decenni passati, quando grazie alla lira, all’inflazione e ai dazi verso le merci extra-MEC le fabbriche marciavano a pieno ritmo e le imprese non venivano ignobilmente colpite con le tasse sulla proprietà, il commercio al dettaglio avrebbe comunque trovato un suo equilibrio con i big players della distribuzione e dell’e-commerce. E questo perché l’industria produceva ricchezza, cioè manufatti e prodotti, ed i lavoratori venivano ben retribuiti per l’opera prestata. Difatti a quei tempi gli operai specializzati guadagnavano più di un impiegato o di un insegnante. A ciò si aggiunge che si facevano un mucchio di straordinari ed il doppio lavoro era quasi diventata una piaga. Beh, si guadagnava bene, allora.

E poiché i soldi dello stipendio vanno a finire in buona parte nell’acquisto di merci e derrate alimentari, quando questo è soddisfacente, si fa meno attenzione al prezzo e più ad altre cose, come la qualità del prodotto, la posizione vicina del negozio, l’efficienza del servizio. I supermercati c’erano anche allora, chi non ricorda la Standa? Ma erano poco frequentati. La gente, avendo i soldi in tasca, la carne andava a prendersela dal macellaio, il formaggio dal droghiere e la frutta dall’ortolano. Ed i negozi erano sotto casa. I lavoratori di allora non erano come quelli di oggi, che a mala pena arrivano a fine mese con il magro stipendio e che sono costretti ad andare nei centri commerciali delle periferie per poter risparmiare sulla spesa. Stesso discorso per le spese voluttuarie. In centro gli outlet non esistevano: solo negozi di lusso e di grandi firme, molti dei quali non esponevano nemmeno, per delicatezza verso il cliente, il prezzo dell’abbigliamento.

L’impoverimento dell’Italia cominciò col Trattato di Maastricht del 1992 che stabilì la nascita dell’Europa Unita, e soprattutto con l’unione monetaria europea del 1999, che istituì l’Euro. L’Italia perse il controllo della propria sovranità: la politica economica fu appaltata ai burocrati di Bruxelles, i quali rispondevano ai Padroni dell’Europa: i governi tedesco e francese.

Per la città di Torino, che era da sempre la capitale industriale d’Italia, è stata una mazzata micidiale: prima del 1992, anno del Trattato di Maastricht, il gruppo Fiat dava lavoro direttamente o tramite le aziende dell’indotto del territorio ad oltre 100.000 operai, impiegati, funzionari e manager ed era, assieme a Volkswagen il big player dell’auto in Europa. Alla fine del 1999, malgrado la decentralizzazione al sud, c’erano ancora 25.000 operai in organico nella sola Mirafiori.

Oggi la FCA è praticamente scomparsa da Torino, mantiene un minimo di presidio per far credere agli illusi (o a chi fa finta di fare l’illuso) che è ancora viva ed attenta alle istanze della città. Gli ex-operai campano con la pensione o con i vari sussidi di disoccupazione che accompagnano verso la pensione. Ai figli degli ex-operai e dei lavoratori autonomi li attende un futuro incerto, fatto di lavori sotto qualificati e poco pagati, ed in alcuni casi umilianti per chi ha avuto un’istruzione, penso ai portatori di pizza o ai lavapiatti, che molti giovani giustamente rifiutano perché indegni per il loro status sociale. Per molti l’emigrazione è l’unica speranza di un futuro migliore. Un’altra beffa: i figli degli emigranti del sud venuti a Torino per cercar lavoro, devono adesso scappare dalla città per poter vivere lavorando.

Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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