Editoriali | 06 gennaio 2020

Nel 2019 l’economia è andata male, ma la UE si preoccupa della decarbonizzazione dell’Europa. Di Giuseppe Chiaradia*

Per tutto il 2019 la produzione industriale in Europa ha dato segnali di preoccupante rallentamento, soprattutto c’è stato il calo continuo della produzione in Germania, che in ottobre, ha raggiunto il fondo del -5,7 % su base annua, ed in Italia, con un allarmante -2,4 % nello stesso mese. Ma la Commissione Europea, presieduta dall’aristocratica Ursula Von Der Leyen ha fatto della lotta ai “cambiamenti climatici” la priorità principale del suo mandato, evidentemente il rallentamento dell’economia non disturba più di tanto Merkel e Macron: la loro preoccupazione è l’ambiente, mica il lavoro dei cittadini. A tale scopo è stato preparato un ambizioso piano di riconversione economica, pomposamente chiamato New Green Deal, che dovrebbe portare a una riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) del 55% entro il 2030 e addirittura alla “neutralità climatica”, cioè zero emissioni, entro il 2050. Anche Italia e Germania hanno varato programmi di “decarbonizzazione” delle rispettive economie. Però i padroni dell’Europa dovrebbero considerare che le 28 nazioni della UE rappresentano un modesto 9,6 % delle emissioni globali di CO2 da attività umane. E quindi è pacifico che senza il sostanziale contributo di tutte le altre nazioni, i programmi di decarbonizzazione dell’Europa non causeranno alcuna riduzione delle emissioni globali, visto che sono in rapida crescita di anno in anno. E gli altri Paesi si guarderanno bene dal chiudere le centrali termoelettriche, che manderebbero a rotoli le loro industrie ed in povertà le popolazioni, per inseguire la grottesca teoria secondo la quale la CO2, una molecola indispensabile per la vita sulla Terra, presente nell’aria in quantità irrisorie (circa lo 0,04%), inquina l’ambiente ed è la causa del riscaldamento del pianeta

Le emissioni di CO2 dell’Europa nel mondo sono meno del 10%

Nel seguito sono riportate le emissioni di CO2 in tonnellate per anno da attività umane nel mondo e nei principali Paesi riferite all’anno 12017 (valutazioni dal database EDGAR elaborato dalla Commissione Europea):

                                         Milioni tons                 Quota sul totale                                                                                         

 

Mondo                                  37.077                      100,0 %

Cina                                     10.877                         29,3 %

Stati Uniti                               5.086                        13,8 %

Unione Europea                    3.548                           9,6 %

India                                      2.456                           6,6 %

Russia                                   1.765                          4,8 %

Resto del mondo                 15.110                         40,8 %

Dalla tabella si nota che i 28 membri dell’ Unione Europea contribuiscono per meno del 10% delle emissioni globali: una quota modesta. Il più grande produttore di CO2 è la Cina, con una quota del 29,3 %. L’insieme di tutti gli altri Paesi, compresi i trasporti internazionali, contribuiscono per il 40,8% del totale.

Secondo la International Energy Agency (IEA), nel 2018 la produzione di CO2 è cresciuta dell’1,7 % rispetto all’anno precedente. Ed è stato il più alto trend di crescita dal 2013. Quindi, altro che riduzione delle emissioni di CO2: il mondo si sta muovendo casomai verso un aumento, perché le oscillazioni nella produzione della CO2 sono esclusivamente dovute all’andamento dell’economia globale, che è in crescita costante. Mediamente, fino al 2013, per ogni aumento di 1% della crescita dell’economia si aveva un aumento dello 0,3% nella produzione di CO2. Invece dal 2013, l’aumento è stato dello 0,5%, ancora più elevato.

I dati e le tendenze dicono che la fantasiosa decarbonizzazione totale dell’Europa non diminuirebbe di molto le emissioni globali. Anzi, la crescita della popolazione mondiale e del benessere dei Paesi emergenti, che comporta inevitabilmente un parallelo aumento delle emissioni di CO2, compenserebbe ampiamente una ipotetica riduzione di quelle europee.

Quindi è necessario un deciso concorso delle altre nazioni del mondo, se si vuole ottenere una riduzione cospicua della produzione di CO2. Ma nessun altro Paese ha sinora adottato nessun stravolgimento della propria industria energetica necessario per tale scopo, semplicemente perché sarebbe una follia. Ad esempio sostituire già una sola centrale termica media da 1000 MW richiede foreste di pale eoliche o immense superfici di pannelli solari, con problematiche impiantistiche e di costo insormontabili, figurarsi la sostituzione di migliaia di centrali termiche ! (E lasciamo perdere che questi impianti sono attivi solo quando c’è luce o vento).

L’accordo di Parigi è solo un pezzo di carta inutile

L’ accordo di Parigi, sottoscritto il 12 dicembre 2015 dai rappresentanti di 196 Paesi, prevede di limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali mediante una sostanziale riduzione delle emissioni di Greenhouse Gas (in pratica la CO2) dalle attività umane. I Paesi che hanno ratificato l’accordo si sono impegnati a raggiungere determinati target di riduzione delle emissioni rispetto ad un periodo di riferimento (gli impegni sono esclusivamente su base volontaria, senza alcuna sanzione verso chi non ottempera agli obblighi presi).

Finora nessuno dei Paesi firmatari ha fatto qualcosa per avvicinarsi minimamente ai target su cui si erano impegnati. Prendiamo la Cina, che è il Paese che più di tutti contribuisce all’emissione di CO2. Il target che si era prefissato era di ridurre entro il 2020 le emissioni di CO2, in termini di GDP (Gross Domestic Production) di almeno il 40% rispetto ai valori del 2005. E poi di almeno 60% entro il 2030.Sono impegni che non hanno alcuna possibilità di essere realizzati nemmeno lontanamente. Difatti per la Cina abbiamo i seguenti dati annuali di emissioni di CO2:

Anno 2005:       5.408 milioni tons (fonte: IEA)

Anno 2017:       9.302 milioni tons (fonte: IEA)

Anno 2018.   10.064 milioni tons (fonte: Statista)

D’altra parte, se volesse veramente adeguarsi agli accordi di Parigi, la Cina dovrebbe dovuto  chiudere entro il 2030 buona parte delle centrali elettriche alimentate a combustibili fossili sostituendole con che cosa? Con le rinnovabili, eolico e fotovoltaico? Queste rappresentano oggi un misero 2,6% mondiale e se la loro quota è così irrisoria è perché hanno dei problemi tecnici e di costo insormontabili, altrimenti tutti i Paesi privi di petrolio o carbone correrebbero ad installare questi impianti.

E inoltre cosa dovrà fare la Cina delle sue miniere di carbone, del quale è il primo produttore mondiale, le dovrà chiudere? Dovrà rinunciare al suo oro nero? In realtà la Cina continua imperterrita ad estrarlo in modo crescente dalle sue miniere: nel 2018 sono state estratte 3474 milioni di tonnellate, in aumento di circa il 2% rispetto all’anno precedente.

Così fan tutti, non solo la Cina. A cominciare dalla Germania della Klimat-Kanzlerin Merkel, la nazione che da anni è in prima fila nelle strombazzanti dichiarazioni di intenti sulla necessità di combattere le emissioni di CO2, ma che poi nella realtà dei fatti continua a mantenere più o meno gli stessi livelli di emissione. Guardiamo quelle della Germania dal 2015 al 2018:

Anno 2015:       790 milioni tons (fonte: EDGAR)

Anno 2016:       797 milioni tons (fonte EDGAR)

Anno 2017:       799 milioni tons (fonte EDGAR)

Anno 2018        759 milioni tons (fonte: Statista)

Quindi le emissioni di CO2 della Germania sono rimaste praticamente stabili dal 2015 sino al 2018 (la leggera decrescita del 2018 è probabilmente dovuta alla diversa fonte di calcolo)

La decarbonizzazione dell’Europa è un’operazione di marketing politico-affaristico

Il coraggioso Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha formalizzato l’uscita dalla pagliacciata degli accordi di Parigi il 4 novembre 2019, che sarà resa esecutiva il 4 Novembre 2020, il giorno dopo le elezioni presidenziali. Ma se anche Trump non sarà rieletto ed un nuovo presidente democratico decidesse di rientrare negli accordi, cambierà ben poco.

Che la decarbonizzazione dell’Europa sia un’operazione di marketing politico-affaristico lo dimostrano le “key action” previste nella “road map” del New Green Deal. In definitiva si tratta di incentivare determinati settori passivi ed onerosi dell’economia, come ad esempio, l’economia circolare, la mobilità elettrica, le fonti rinnovabili e di porre restrizioni e penalizzazione “ecologiche” nelle costruzioni, nei trasporti, ecc.., il cui conto lo pagheranno poi i cittadini con l’aumento dei costi energetici e con la disoccupazione, a causa dello smantellamento o il ridimensionamento di interi comparti industriali.

In realtà l’obiettivo principale del New Green Deal è il business dell’auto elettrica, sul quale punta una parte importante del mondo degli affari europeo e americano. Può apparire strano che anche i grandi gruppi automobilistici tedeschi: Volkswagen BMW, Daimler, siano in prima fila per questo business (in questi giorni siamo inondati dappertutto di spot sui modelli elettrici da parte delle case tedesche), in quanto i veicoli elettrici corrono il rischio di affondare l’industria meccanica tedesca, basata sui motori termici, in particolare il diesel. E dovrebbe essere noto che le batterie che sostituiscono i motori vengono prodotte in Asia. Per rendere l’idea: qualche mese fa la BMW ha annunciato un contratto decennale per complessivi 10 miliardi di Euro per la fornitura di batterie elettriche al gigante cinese CATL (Contemporary Amperex Technology) e alla Samsung giapponese.

Ma oramai tutta l’economia obbedisce alla pura logica del mercato globale ed anche le case automobilistiche sono diventate società che fanno affari, non più industrie che possiedono fabbriche. D’altra parte una quota importante e spesso maggioritaria del capitale di queste aziende è in mano a fondi investimento internazionali o finanzieri (famiglia Elkann ad esempio) o ad altri gruppi industriali esteri (ad esempio l’azionista principale della Daimler è oggi la Geely cinese, con il 9,69%).

La decarbonizzazione e l’auto elettrica in Italia

Sempre secondo la IEA, nel 2018 la produzione totale di CO2 è aumentata rispetto al 2017 di 560 milioni di tons. Se consideriamo che nel 2017 la produzione di CO2 in Italia è stata complessivamente di 361 milioni di tons e se consideriamo che l’incidenza delle automobili sul totale è all’incirca il 10%, quindi intorno a 40 milioni di tons anno e se consideriamo ancora che le auto elettriche sono solo una frazione del totale e che queste sono ricaricate da centrali elettriche in prevalenza alimentate a combustibili fossili ….una goccia nel mare di 37.000 milioni di tons del pianeta, ci si chiede: a cosa è servita la ecotassa che ha danneggiato gravemente l’industria automobilistica italiana? C’è da sperare che quelli che hanno voluto l’ecotassa l’abbiano fatto per alimentare determinati business e non perché credevano di ridurre veramente le emissioni globali di CO2 sulla Terra. Se fosse vera quest’ultima ipotesi, allora c’è da chiedersi se un sistema politico che permette di mandare al governo della gente totalmente priva di competenza possa avere un futuro.

Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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