Editoriali | 29 dicembre 2019

Sardine, mute (come pesci) sull’economia. Di Carlo Manacorda*

Il crescente movimento di cittadini definito delle Sardine si presta a molte interpretazioni. Ed anche a molte discussioni sulla sua appartenenza alla sinistra o alla destra (anche se più indizi lo fanno collocare nella sinistra). Queste brevi note non intendono aggiungersi a simili dibattiti. Vogliono piuttosto analizzare il valore dei principi che sembrano ispirare il movimento, principi che l’ideatore delle Sardine Mattia Santori, nella manifestazione del 14 dicembre a Roma in Piazza San Giovanni, ha definito, senza mezzi termini, “pretese” (un tempo si insegnava che “l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”).

Dice Santori: “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica (sottotesto: siamo stufi di vedere ministri nei talk show o alle sagre della castagna). Pretendiamo che chi fa il ministro comunichi solo dai canali ufficiali (sottotesto: basta twitter e facebook). Pretendiamo trasparenza sull’uso dei social network da parte della politica. Pretendiamo un’informazione corretta e che la violenza sia esclusa dai toni della politica in ogni sua forma. Pretendiamo che sia ripensato il decreto sicurezza”.

Se si esclude l’ultima pretesa (peraltro specifica e circoscritta), si può concludere di essere in presenza di una sorta di “galateo politico”, assolutamente condivisibile. Di fronte ad una costante e diffusa arroganza dei politici di calpestare il diritto dei cittadini a sapere cosa loro stanno combinando, oppure di presentare i loro progetti in urlate trasmissioni televisive (ed in proposito, pur di conquistare “audience”, anche i mezzi d’informazione fanno la loro parte), oppure ancora di far conoscere il loro pensiero attraverso telegrafici messaggi sul telefonino, c’è la giusta ribellione dei cittadini stessi. Però ci si può chiedere se, abolendo questi riprovevoli comportamenti, la gestione della cosa pubblica avverrebbe in maniera apprezzabile ed efficace.

L’agenda delle Sardine non contiene alcuna “pretesa” riguardante la gestione dell’economia. Ed allora chiederemmo alle Sardine (ma anche ai seguaci di Greta Thunberg) se pensano che l’amministrazione di uno Stato avvenga soltanto applicando regole di “galateo politico” o nobili principi ambientalistici, oppure non siano necessari concreti interventi di natura rigorosamente economica, quelli cioè che sembrano suscitare il ribrezzo da parte di queste neo-aggregazioni di popolo. La si può mettere come si vuole, ma non c’è dubbio che tutta l’azione della politica si può sviluppare soltanto se si fonda su un’economia pubblica vivace e produttiva. Ciò dovrebbe essere chiaro soprattutto ai meno giovani che sembrano entusiasmarsi ai movimenti ittici e simili.

Orbene, l’economia pubblica del nostro Paese è in uno stato di sfascio generale. Né ci sono segnali di qualche ripresa, indipendentemente dalla comunicazione governativa che è tutto fuorché corretta e trasparente e, quindi, veritiera (e qui le Sardine hanno perfettamente ragione). L’economia è allo sfascio perché la politica sembra perseguire obiettivi che non rientrano tra quelli della buona economia.

Da anni, non esiste una politica industriale (gli esempi di abbandono industriale nel Paese si sprecano), una politica ambientale (si fanno gli annunci quando ci sono i disastri, e poi si dimenticano gli impegni il giorno dopo), una politica della ricerca e dell’università (significative le recenti dimissioni del ministro M5S dell’istruzione Lorenzo Fioramonti). E potremmo elencare tutti i settori dell’azione dello Stato sottolineandone le carenze negli interventi. Anziché fare programmi pluriennali d’investimento necessari per dare concretezza a queste politiche, si governa alla giornata distribuendo, per evidenti ragioni elettorali, elemosine assistenziali (siano gli ottanta euro del governo Renzi, o il reddito di cittadinanza del governo Conte).

Su tutti questi problemi dell’economia però le Sardine sono rimaste mute (ovviamente come pesci). Magari, per acquisire maggiore credibilità, Mattia Santori avrebbe potuto aggiungere qualche “pretesa economica”. E, per definirla, non avrebbe neppure dovuto stimolare troppo la fantasia. Forse qualche Sardina potrebbe anche rendersi conto che l’economia non è un elemento che possa restare fuori dal cambiamento dei politici e della politica.

Che ci possa essere qualche ripensamento di Santori sull’argomento, e che quindi anche le Sardine possano prendere in considerazione l’economia, lo fa pensare la constatazione fatta dallo stesso Santori dopo soli due mesi dall’inizio della sua avventura. Dice Santori che, anche per far funzionare le Sardine, occorrono soldi. “Ora servono altri soldi per l’evento in programma il 19 gennaio a Bologna, una settimana prima delle votazioni in Emilia Romagna e per darsi un’organizzazione. Per gli eventi più piccoli continueremo a fare flash mob che non costano praticamente nulla. Ma per quelli più grandi abbiamo bisogno di fondi altrimenti non ce la faremo. Dobbiamo anche registrare il marchio.”

Per raggranellare questi soldi, il 32 enne Santori ha escogitato questo metodo: far fabbricare sardine in stoffa da una fabbrica e rivederle in tutta Italia a un euro. E’ fin troppo evidente che il metodo può andare bene per un piccolo obiettivo economico come quello espresso da Santori. Ma ci vogliono ben altri metodi per governare l’economia, quella grossa dello Stato ed anche dei privati. Ma è forse proprio la totale ignoranza di questi metodi che (almeno finora) ha fatto restare in silenzio le Sardine sull’economia.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

Ti potrebbero interessare anche: