Editoriali | 11 novembre 2019

Dove sono le prove che l’ILVA provoca il cancro? Di Giuseppe Chiaradia*

Il calvario dell’ILVA di Taranto nasce da un’inchiesta della magistratura avviata nel 2012 che ha portato al sequestro ed alla fermata degli impianti per reati ambientali da parte degli inquirenti, che definiranno l’Ilva “fabbrica di malattie e morte”. Sono passati 7 anni da quel sequestro ed ancora non è stato istruito un processo dove si dovrebbe dimostrare che l’ILVA è l’unica acciaieria, nel mondo e nella storia, che provoca il cancro. Qualcuno ha avanzato il sospetto che questo ritardo non sia casuale, in quanto le accuse si baserebbero su interpretazioni di andamenti di dati statistici epidemiologici forniti dai movimenti ambientalisti e non su fatti accertati da indagini cliniche incrociate eventualmente con dati statistici rigorosi. In tal caso, c’è il rischio che in Tribunale i giudici possano, in mancanza di prove certe, assolvere l’Ilva. In attesa del processo, che forse non arriverà mai, proviamo a ragionare noi sui dati a disposizione e fare delle considerazioni sull’incerto futuro che ci attende

Andiamo subito ad esaminare l’accusa più grave che viene imputata all’acciaieria, quella secondo la quale le emissioni dagli altoforni sono causa di mortalità per tumori. Partiamo dai dati epidemiologici generali. Il quotidiano Il Mattino, in un coraggioso articolo del 6 giugno 2018, riporta i dati disponibili, aggiornati al 2012, del Rapporto Registro Tumori disponibili sul sito dell’AIRC. I dati dell’incidenza dei tumori dicono:

Comune di Taranto: 0,50 % uomini, 0,37% donne

Media nazionale: 0,47% uomini, 0,34% donne

Media nazionale aree industrializzate: 0,50% uomini, 0,37% donne

I dati dell’indagine lasciano intendere che nel periodo analizzato nel comune di Taranto l’incidenza di tutti i tumori era leggermente inferiore alla media nazionale ed allineata a quello che si aveva nelle aree industrializzate.

Ma di per sé questi dati statistici possono non essere significativi per fare dei confronti in quanto fanno riferimento a tutte le possibili forme tumorali ed inoltre sono delle percentuali, che se riferite a numeri grandi possono essere significative, ma che su numeri piccoli sono sempre inattendibili, in quanto basta un minimo scostamento del dato assoluto per dare una differenza di percentuale enorme.

Ma facciamo una panoramica generale sui fattori di rischio che portano ad ammalarsi di cancro.

Fattori di rischio che provocano il cancro

Il Report “I numeri del cancro in Italia 2019” dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica riporta una tabella elaborata dall’American Association for Cancer Research, nella quale è indicata la quota di tumori attribuita a vari fattori di rischio negli USA. Ecco i dati:

Tabacco 33% dei tumori

Dieta 5% dei tumori

Sovrappeso, obesità 20% dei tumori

Inattività fisica 5% dei tumori

Abuso di alcol 3% dei tumori

Fattori occupazionali 5% dei tumori

Infezioni 8% dei tumori

Esposizione a raggi UV 2% dei tumori

Inquinamento 2% dei tumori

Quindi, secondo gli oncologi americani, all’inquinamento può essere attribuito solo il 2% delle cause che portano ad ammalarsi di cancro. Al primo posto c’è ovviamente il tabacco, con il 33% dei casi e, curiosamente, all’inattività sono attribuiti il 5% dei casi. Quindi negli USA stare in fabbrica è più salutare che stare in casa ad oziare.

Ovviamente questi dati si riferiscono ad una nazione diversa, gli USA, dove però lo stile di vita non è dissimile dal nostro e le indicazioni che emergono sono, perlomeno dal punto di vista qualitativo, inequivocabili: nelle nazioni industrializzate l’inquinamento incide poco sull’insorgere del cancro. A Taranto non è così? L’ acciaieria l’hanno fatta diversa da quelle del Michigan o della Ruhr? Andiamo avanti.

Agenti cancerogeni per l’uomo e relativi tumori associati

Lo stesso report riporta una tabella nella quale sono elencati i principali agenti cancerogeni per i quali risulta esserci sufficiente o limitata evidenza.I dati sono stati prelevati da una pubblicazione dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) del 2011. Vediamone alcuni che possono interessare la nostra discussione, indicandone a fianco le patologie riscontrate:

Formaldeide: leucemie, nasofaringe, cavità nasali e seni paranasali

Asbesto: laringe, polmone, mesoletiome, ovaio etc..

Polveri di cuoio e legno: cavità nasali e seni paranasali

Nell’elenco compare l’asbesto, cioè l’amianto, ma non compaiono le cosiddette polveri sottili. Eppure nella lista che la stessa agenzia, cioè la IARC, ha elaborato sulle sostanze carcinogene, le Outdoor air pollutant, particulate matter, (polveri inferiori a PM10) sono classificate al gruppo 1, che è la categoria più pericolosa (quella per cui vi siano delle probabilità è la 2A, e quella per cui vi siano delle possibilità, la 2B).

Come può essere spiegata questa incongruenza? Gli autori hanno ritenuto che le polveri sottili non fossero importanti agenti cancerogeni? Non credo. In realtà la classificazione per le polveri sottili è basata su studi statistici epidemiologici e non su casi clinici. Questi studi sono contenuti nel Report del 2016 della Word Healt Organization (WHO). Scorrendo le pagine della pubblicazione, si può constatare che non viene mostrato un solo studio scientifico, né su uomini, né su animali, dal quale emergerebbe la possibilità della formazione di tumori nelle persone esposte tanto alle PM10, quanto alle PM2,5. Ripeto: correlazioni statistiche, ma niente studi sperimentali: andatelo a esaminare cercando su internet, dove può essere rintracciato.

Questo spiega perché nell’elenco della IARC sugli agenti cancerogeni non compaiono le polveri sottili e compaiono ad esempio le polveri della lavorazione del cuoio e legno. In questi casi sono state effettivamente riscontrate, in lavoratori fortemente esposti a questi agenti, quelle forme tumorali elencate. E la stessa IARC pubblica gli studi scientifici che dimostrano, tramite risultati sperimentali, che l’esposizione dei soggetti a quell’agente ed in quelle quantità ha provocato l’insorgere del tumore (il grado di esposizione è fondamentale: un eccesso di esposizione può comportare comunque l’insorgenza del cancro, anche in molecole apparentemente innocue, come il glucosio).

Stesso discorso per le diossine: non compaiono nell’elenco delle sostanze cancerogene per le quali vi sono evidenze sperimentali cliniche.

Il fumo delle ciminiere, il fumo delle sigarette e quello della grigliata

Diversi studi scientifici hanno evidenziato come il fumo di una sigaretta che viene aspirato dal fumatore, contiene una concentrazione enorme di polveri sottili. Da una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale Tumori (INT) di Milano risulta che una locomotiva, di quelle che andavano a carbone, produce 3.5000 microgrammi/m3 (ppm) di PM10, mentre una sigaretta produce qualcosa come 717 microgrammi/m3. Quindi il tizio che si fuma 5 sigarette è come se si fosse affacciato sul fumaiolo della locomotiva e ne avesse respirato il fumo per lo stesso tempo che impiega a fumare una sigaretta!

Non abbiamo letto di studi che riportino la produzione di polveri PM10 quando gli amici si fanno una “sana” grigliata, ma non mi stupirei che nei dintorni della grigliata si arrivi alle concentrazioni di PM10 tipo locomotiva a carbone. E fossero solo le polveri sottili: dall’olio bruciato sulla bistecca si origina un potentissimo cancerogeno, l’acroleina, così denominata per l’acre odore che tutti noi possiamo sentire, soprattutto quando facciamo le patate fritte.

Le emissioni delle ciminiere dell’Ilva

Le ciminiere dell’Ilva sono collocate a decine di metri di altezza. Le emissioni che fuoriescono dalla bocca, contenenti le polveri sottili, vengono poi diluite migliaia e migliaia di volte nell’area circostante secondo modalità influenzate principalmente dalla direzione del vento (esistono modelli di calcolo appositi per misurare l’andamento di queste diluizioni). L’Ilva era non solo era soggetta ai controlli dell’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) ma essendo un’industria a ad alto rischio di impatto ambientale le verifiche e prescrizioni erano molto più restrittive rispetto alle altre industrie, ed inoltre era sottoposta ad ispezioni periodiche da parte di un pool di enti interessati, comprese le ASL.

Le prescrizioni a cui devono essere sottoposte le emissioni dell’Ilva sono imposte dalle direttive europee e sono estremamente severe e valide per tutte le acciaierie europee. Sono previste pesanti sanzioni, fino alla fermata degli impianti, se non si ottempera alle prescrizioni. La richiesta delle sanzioni però deve essere eseguita dall’ARPA, che è l’ente preposto al controllo. Ne consegue che se l’ARPA, fino al 2012 non ha espresso nessun parere di fermata degli impianti, non si comprende perché sia dovuta intervenire la magistratura.

Pongo questa questione perché non siamo di fronte ad una gravissima emergenza causata da un incidente, quale ad esempio l’incendio alla Thyssen dove nel rogo morirono 7 persone, ma ad una presunta emergenza che si sarebbe protratta per decenni, a partire dal 1965, anno di nascita dello stabilimento dell’Italsider.

Sino al 2006 le prescrizioni sulle emissioni non erano particolarmente severe e solo in seguito alla promulgazione del Decreto Legislativo del 3 aprile 2006 n. 152, il Testo Unico sull’ambiente, sono stati emessi provvedimenti più restrittivi in tema di emissioni. Quindi all’epoca antecedente l’emissione di inquinanti, di tutti i tipi era certamente superiore. Possibile che in tutti quegli anni l’ARPA e gli enti sanitari non abbiano lanciato l’allarme sul fatto che l’acciaieria oltre a produrre acciaio, produceva “morti e malattie”?

E arriviamo al 2012. Le cronache dicono che tutto è partito da un esposto alla magistratura presentato dagli ambientalisti nel quale vengono presentati dati statistici sull’incremento dell’incidenza dei tumori o altre gravi patologie a Taranto e soprattutto in due quartieri limitrofi all’acciaieria, Borgo e Tamburi. Non risulta che siano stati presentati casi clinici sui quali vi siano gravi indizi certificati da responsi analitici che ne possano far risalire la causa alle attività dell’Ilva.

Allora che necessità urgente c’era nel prendere quel grave provvedimento, visto che si parla di conseguenze che si sviluppano nel corso di anni di esposizione. Non sarebbe stato meglio chiedere prima pareri e perizie a specialisti di altissimo livello e non schierati ideologicamente? Cosa cambiava se si aspettava qualche mese, visto che il presunto inquinamento durava da anni? Inoltre le denunce erano comunque di parte, fatte da un movimento ideologicamente ostile all’Ilva ed a maggior ragione la cautela sarebbe stata d’obbligo.

Se io mi presento in questura con un occhio nero e dico che è stato Caio, non credo che mettano Caio in galera senza aver eseguito delle indagini che accertino le mie dichiarazioni. E non basta. Prima di metterlo in galera gli fanno prima il processo di primo grado, poi fanno quello d’appello ed infine, con la sentenza della Cassazione che conferma definitivamente la veridicità delle mie dichiarazioni, lo mettono in galera, se ci sono gli estremi per questo.

Una cosa è la sporcizia e il degrado, un’altra l’avvelenamento

Quando entrai nell’Ilva diversi anni fa trovai un’industria incredibilmente sporca e maltenuta, l’incuria era persino superiore a quella degli stabilimenti di Porto Marghera. Mi ero chiesto come fosse possibile lavorare in quelle condizioni di degrado, dove si vedevano versamenti di minerali dappertutto. Davanti ai cancelli la polvere di ossido di ferro ricopriva di colore rosso le strade anche all’esterno.

Però una cosa è la sporcizia ed il degrado, un’altra cosa è l’inquinamento effettivo. Il minerali ferrosi per produrre l’acciaio sono dal punto di vista chimico in condizioni ambientali inerti, come la sabbia. Quindi il fatto di stoccarli all’aperto in enormi piazzali dove il vento può trascinare le polveri dappertutto, può essere visto come manifestazione di incuria, ma non di inquinamento, perché i minerali ferrosi non fanno male. Stesso discorso vale per le scorie degli altiforni, che fra l’altro vengono riutilizzate per produrre il cosiddetto clinker di cemento. Queste possono apparire estremamente sgradevoli alla vista ma non sono dei veleni, altrimenti nessun ente ne autorizzerebbe lo stoccaggio in spazi aperti.

Anche quella nube bianca che si vede dalle foto dei giornali quando mostrano i camini delle fabbriche non è una nube tossica, ma vapore acqueo condensato, come le nuvole. Eppure non ho mai visto un giornale che pubblica queste foto che avvisi il lettore sulla reale caratteristica di quella nube. I cittadini, non essendo informati sui pericoli reali che possono derivare dalle attività industriali, associano anche il banalissimo vapore che esce da un camino o da una torre di raffreddamento ad un fumo inquinante

La nube può talvolta apparire, soprattutto nel passato, grigia od anche scura, come quella degli incendi. E in quel caso essa è piena di composti chimici causati dalla combustione incompleta e di polveri di carbone. Ma quelli sono fenomeni transitori limitati nel tempo dovuti a malfunzionamento degli impianti che devono essere ripristinati, altrimenti deve intervenire l’ARPA ad indagare.

Oggi In Italia oggi fare la grande industria è impossibile

E’ bene riepilogare le conseguenze devastanti sull’economia italiana di quel sequestro. Non solo rischiano la perdita del lavoro i lavoratori dell’ILVA, che sono 10.351 in totale, di cui 8.277 a Taranto, 1016 a Genova, 681 a Novi Ligure e 134 a Racconigi. Ma sono a rischio anche tutti i lavoratori dell’indotto diretto ed indiretto, che possono arrivare a diverse decine di migliaia. Purtroppo il rischio maggiore è che si affossi definitivamente la grande industria strategica in Italia, con conseguenze devastanti per il futuro di tutti noi.

A partire dagli anni 80 si è avuta una crescente criminalizzazione dell’industria chimica, nelle cui attività vanno annoverate anche le acciaierie. Le campagne di criminalizzazione sono state alimentate dai movimenti ambientalisti e sostenute dai mass media ideologicamente affini. Inevitabilmente tutto il resto delle istituzioni, compresi i politici di ogni colore si sono lasciati trascinare da questa irrazionale ostilità verso l’industria, assumendo per oro colato tutto quello che dicono gli ambientalisti, senza nemmeno accennare ad un contraddittorio. Il caso di Greta è eclatante. Ed il risultato è che da un recente sondaggio il 56% dei cittadini italiani vuole la chiusura di Taranto.

Dicono che Arcelor Mittal abbia adottato il pretesto della clausola legale per scappare via a causa della crisi dell’acciaio. Costoro non hanno le idee chiare su come si ragiona nel mondo industriale perché non lo hanno mai conosciuto.

Arcelor Mittal è una multinazionale dell’acciaio con 209.000 dipendenti sparsi nel mondo e Taranto è solo una provincia dell’impero. Questa multinazionale si muove secondo logiche strategiche di ampio respiro, non molla Taranto perché in questo momento c’è la crisi dell’acciaio a causa della guerra USA-Cina. Poi le guerre finiscono e l’acciaio torna a crescere. La Mittal non è fatta di affaristi che vivono alla giornata, ma è guidata da un uomo straordinario, nato in India, che ha costruito da sé questo impero: Lakshimi Mittal.

Secondo me Arcelor Mittal era venuta con tutte le migliori intenzioni e quella di chiuderla per impedire che finisse in mano ad un competitor era l’ultima delle opzioni possibili. E lo dimostrano tutti i soldi che ha speso sinora per i cosiddetti adeguamenti ambientali.

Poi ha capito in che pantano si era ficcata: un posto dove la logica ed il buon senso sono scomparsi ormai da tempo e dove l’ostilità verso la fabbrica è generale a tutti i livelli, persino fra gli operai, bombardati per anni da una propaganda ideologica totalmente irrazionale e fatta di allarmismi basati su dati insicuri o manipolati. Non puoi stare in un posto dove l’incertezza regna sovrana e da un momento all’altro ti sequestrano l’altoforno senza sapere perché.

Arcelor Mittal ha quindi trovato il casus, lo scudo penale, per scappare via. Può anche essere che farà marcia indietro in seguito a rassicurazioni e agevolazioni (entrata dello stato con finanziamenti o quote associative in joint ventures) però, se non si cambia registro, l’Italia cesserà a breve di essere una nazione industrializzata e torneremo ai tempi degli anni 50, quando l’Italsider ancora non c’era ed i meridionali emigravano in massa dai loro poverissimi paeselli verso le le citta industriali del nord Italia e dell’Europa a cercare lavoro.

La difficoltà ad esprimere giudizi affidabili basandosi solo sui dati statistici

Secondo i dati raccolti raccolti dal quinto rapporto rapporto Sentieri, lo studio epidemiologico nazionale dei territori esposti a rischio di inquinamento del Ministero della Salute basato sui ricoveri nel periodo che va dal 2006 al 2013, nel Sin (sito di interesse nazionale) di Taranto "la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso". Il rapporto afferma inoltre che "nella popolazione residente risulta in eccesso la mortalità per il tumore del polmone, per mesotelioma della pleura e per le malattie dell'apparato respiratorio, in particolare per le malattie respiratorie acute tra gli uomini e quelle croniche tra le donne".

Per quanto riguarda l’ospedalizzazione, " i ricoveri per tumore del polmone e mesotelioma e per malattie respiratorie croniche, a priori associati alle esposizioni industriali del sito, sono in eccesso in entrambi i generi".

Qui si parla di trend addirittura nel periodo successivo al 2006, quando venne emesso il già citato Dpr 152/2006 che recepiva le severissime direttive europee in tema di emissioni. Come è possibile che successivamente all’applicazione di questo decreto le morti e malattie da inquinamento invece di diminuire aumentavano? Scontavano la scarsa attenzione alle emissioni degli anni precedenti? Se è così, se le cause sono antecedenti, che colpa ne hanno i Riva, che le cronache dicono abbiano speso ben 600 milioni di Euro in impianti di trattamento durante la loro gestione?

In ogni caso il rapporto fa riferimento a andamenti di dati statistici, senza che vi siano riferimenti a casi clinici studiati scientificamente sui quali sono pubblicate le evidenze o persino i sospetti analitici causa-effetto. Può essere che non sia così, ma io non ho mai trovato studi specifici a tale proposito.

Abbiamo visto che sui tumori le cause possono essere molteplici e quindi come si può affermare a priori che un trend in crescita sia causato dall’inquinamento? I dati statistici sull’andamento dei tumori dovrebbero essere incrociati con quelli di altri comuni non solo della stessa provincia e dovrebbero tenere conto di tutti gli altri eventuali fattori intervenuti nel frattempo, come ad esempio un peggioramento delle condizioni economiche del posto. Si sa che nelle popolazioni più deprivate socialmente assistiamo sempre ad un aumento di mortalità e incidenza di malattie. Abbiamo visto all’inizio che gli studiosi americani hanno valutato nei fattori occupazionali, cioè nella preoccupazione nel futuro del proprio lavoro un 5% di causa di insorgenza di tumori. Ed anche il cambiamento degli stili di vita può determinare un aumento dell’incidenza dei tumori: l’eccessiva nutrizione, le diete, la tintarella, etc.. Quindi come si può affermare a priori che un trend in crescita sia necessariamente causato dall’inquinamento?

Può sembrare paradossale, ma persino un aumento dell’incidenza dei tumori può essere visto come un miglioramento delle condizioni di vita. Difatti, dovrebbe essere noto a tutti che il cancro è la malattia tipica della vecchiaia, la cui insorgenza comincia a manifestarsi in modo diffuso dopo i 60 anni. Ne consegue che più migliora la sanità di una popolazione, più aumenta la vita media degli individui, più aumenta la percentuale di persone che muoiono di cancro, in quanto le altre malattie sono diventate più curabili (oggi le morti di infarto sono diminuite tantissimo).


*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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