Dirette | 08 ottobre 2019

Manovra economica, la parola non basta. Di Carlo Manacorda*

Ascoltando la presentazione della manovra economica sembra che delle cose basta parlare: in realtà non si capisce quali siano i contenuti reali e gli effetti concreti. Ci viene detto che i fatti arriveranno in ben 22 leggi che daranno corpo alla manovra. Ci sarà tutto e per tutti. Riduzione delle tasse, interventi per l’ambiente, semplificazioni amministrative, autonomia per le regioni, abolizione del superticket nella sanità e quant’altro. A proposito, il superticket sanitario non doveva già essere abolito nel 2019? E se fossero solo “Parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi”?

“Basta la parola”. Così recitava lo slogan di uno spot dello storico “Carosello” pubblicitario della TV degli anni ’60 del secolo passato che suggeriva l’utilizzo di un confetto lassativo del tempo. Bastava la parola “Falqui” (il nome del confetto lassativo) per capire subito natura ed effetti concreti prodotti dal confetto.

Nessuna intenzione di paragonare il confetto Falqui alla manovra economica che dovrebbe derivare dall’aggiornamento del Documento di economia e finanza di cui oggi si discute. Però, udendone la/le presentazione/i da parte del Governo, sembra che si sia fatto un notevole ricorso allo slogan di propaganda del confetto Falqui. Delle cose basta parlare. Senza però che si capisca, come nel caso della manovra, quale ne siano i contenuti reali e gli effetti concreti che produrrà. Parlare di tutto, come se i problemi si risolvessero parlandone, ma senza mai dire in quale modo si pensa di risolverli (ahimè, solito esempio del linguaggio della politica).

Prendiamo, ad esempio, le cifre complessive della manovra. Sembrerebbe che, per far quadrare i conti dello Stato, servano, mal contati, 30 miliardi. Si dice una cifra, però senza sapere se essa sarà accettata dall’Unione europea, non tanto nell’importo (l’Europa lascia liberi gli Stati di fare le loro valutazioni), quanto nelle modalità di finanziarla. Si propone all’Europa che una parte della copertura potrebbe trovarsi aumentando i buchi del bilancio.

Se però dall’Europa arrivasse un “niet” totale o parziale, salterebbe buona parte dell’impianto della manovra. In buona sostanza, non basta dire che si sta facendo la manovra economica. Bisogna riempirla di contenuti credibili per assicurarne, per quanto umanamente possibile, effetti positivi.

Nei 30 miliardi che occorrono, la fetta più grossa (23 miliardi) se la pappa la questione dell’aumento dell’IVA. Sono le tanto discusse “clausole di salvaguardia”. Questa invenzione di ingegneria finanziaria risale al 2011 (IV Governo Berlusconi). Sono una specie di garanzia che l’Italia presenta, ogni anno da tale data, all’Europa. Dice l’Italia: farò la buona, sarò attenta nel controllare i conti dello Stato e non andrò in rosso spendendo di più di quanto mi entra in cassa. Non sforerò i vincoli di bilancio imposti dai patti europei.

Se però qualcosa va storto, pur di rispettare tali vincoli (ecco la garanzia), aumenterò l’IVA. “Parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi”, cantava Mina qualche anno fa. Ma, fino a questo momento, il cittadino non sa ancora se, e se sì, in che misura, potrebbe aumentare l’IVA. E rimangono parole gli impegni presi, annualmente, dall’Italia con l’Europa di ridurre il debito pubblico, che invece continua a crescere ininterrottamente di decine di miliardi.

Sono 7 i miliardi di euro che, con il resto, servono per coprire i 30 miliardi. Questi

dovrebbero arrivare dalla lotta all’evasione fiscale. Non c’è Governo che a parole non metta, nei suoi programmi, questa lotta. Poi i risultati spesso sono deludenti (nelle classifiche sull’evasione fiscale, l’Italia è sempre al primo posto).

Per lottare contro l’evasione fiscale, non basta parlarne (altro slogan caro ai politici: “pagare tutti per pagare meno”). Occorrono fatti. Primo: ridurre l’ammontare delle tasse (diminuire le aliquote). E poi mettere in campo un’infinità di altri interventi di riorganizzazione del settore. In definitiva, fare una vera e completa riforma fiscale Tra questi interventi per combattere l’evasione fiscale, ci sta anche la limitazione dell’uso del contante con pagamenti mediante carte di credito e bancomat.

Ma la lotta all’evasione fiscale non si fa soltanto con il “bonus Befana”, possibile restituzione di tasse al cittadino che ha fatto acquisti usando la carta di credito

(restituzione, per il momento, ancora nel mondo dei sogni). 7 miliardi in più di tasse non arriveranno mai attraverso il pagamento con carte di credito e bancomat. Peggio ancora se la lotta all’evasione fiscale, e quindi l’idea di incassare di più con le tasse, si traduce nel togliere aiuti che esistono per determinati settori produttivi (ad esempio, abolizione degli sconti sul gasolio usato in agricoltura, nella pesca, ecc.).

Su tutti gli argomenti che, in questi giorni, occupano i discorsi del Governo in tema di manovra economica potremmo fare analoghe considerazioni. Tutte però arrivano ad un punto comune. Non basta parlare, parlare e poi ancora parlare. Per risolvere i problemi, servono dei fatti.

Se però avremo un po’ di pazienza, ci viene detto (ancora parole) che i fatti arriveranno in ben 22 leggi che daranno corpo alla manovra. Qui ci sarà tutto e per tutti. Riduzione delle tasse, interventi per l’ambiente, semplificazioni amministrative, autonomia per le regioni, abolizione del superticket nella sanità (10 euro per visite specialistiche e prestazioni di diagnostica) e quant’altro. Per restare in tema, ma a parole il superticket sanitario non doveva già essere abolito nel 2019? Questo non è avvenuto. E così, sempre a parole (se andrà bene), si abolirà nel 2020. Se poi non andrà bene, se ne riparlerà e così via.

Visto che (quasi tutti) sono stati eletti da noi, dare fiducia a chi ci governa è un principio assoluto della democrazia. E, quindi, stiamo anche noi sulla parola. Ma se poi ci sarà,  come spesso avviene, solo questa, non potremo essere d’accordo con lo slogan che veniva utilizzato per propagandare il confetto Falqui: la parola non basta.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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