Editoriali | 13 settembre 2019

E adesso pure la Confindustria cerca tasse per spremere soldi agli italiani. Di Giuseppe Chiaradia*

Invece di preoccuparsi della desertificazione industriale, la Confindustria propone di tassare al 2% i prelievi da Bancomat superiori a 1500 Euro mensili. Al di là del fatto che sia giusta o meno l’introduzione di una gabella di questo tipo, ci si chiede: ma che c’entra la Confindustria con le politiche fiscali? Non è compito di un’associazione di categoria quello di difendere gli interessi dei suoi associati?

E visto che i soci di Confindustria dovrebbero essere industriali, cioè titolari di aziende che producono beni, non sarebbe stato più opportuno che la Confindustria studiasse gli effetti nefasti dell’ecotassa sui motori termici, che sta mettendo in ginocchio l’industria automobilistica italiana, piuttosto che proporre nuove tasse? E soprattutto che denunciasse a gran voce i pericoli fatali sul tessuto industriale della campagna denigratoria contro il diesel, organizzata sapientemente dall’establishment politico finanziario europeo per obbligarci a comprare auto elettriche?

Lo sanno in Confindustria che in Italia non si produce una sola auto elettrica e che l’export italiano della componentistica per auto è basato principalmente sul motore termico, che è il cuore dell’auto tradizionale e del quale gli italiani sono sempre stati maestri? Lo sanno in Confindustria che il cuore dell’auto elettrica è l’accumulatore al litio/cobalto e che in questi settori le industrie italiane sono completamente assenti?

Forse non lo sanno o forse non sanno nemmeno come girano le cose di questo mondo, visto che propongono, per risollevare l’economia, di costruire qualche ferrovia qui o là per trasportare non si sa bene cosa, non certamente merci prodotte in Italia, visto che di questo passo, l’industria manifatturiera e tecnologica sarà definitivamente scomparsa nei prossimi anni.


O forse lo sanno benissimo ma fanno finta di non saperlo. D’altra parte, di grandi industrie private, in Confindustria non ne è rimasta nessuna: i big players dei tempi d’oro sono scomparsi oppure finiti sotto il controllo dello straniero; e non è un caso che FCA, l’ultima rimasta, ne sia uscita. Gli attuali protagonisti della Confindustria sono aziende a partecipazione statale o investitori finanziari o addirittura banche, che con l’industria vera, quella con le ciminiere, hanno nulla o poco a che fare. Diciamo che questi investitori, più che ai capannoni delle fabbriche, guardano ai palazzi della politica.

Ma è pur vero che in Italia rimangono comunque una miriade di industrie medio-piccole, fatte da padroni veri con i loro preziosi operai, che devono assolutamente essere difese dalle politiche pseudo ambientaliste ed anti industriali provenienti da una Germania caduta nuovamente in un irrazionale nichilismo ideologico. E dunque sarebbe opportuno che la Confindustria si occupasse dei problemi dell’industria italiana, proponendo delle soluzioni per far riaprire le fabbriche in Italia, o per lo meno per non far chiudere quelle rimaste, vedi i casi attualissimi di Ilva e Wirphool. A pensare di come tassare gli italiani, ci sono già gli altri, che oltretutto lo fanno di mestiere.

*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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