Editoriali | 09 settembre 2019

Sì Tav, No Tav: oscillazioni della politica e rischi economici. Di Carlo Manacorda*

13 miliardi di euro per la realizzazione di infrastrutture già esistenti nel bilancio dello Stato e non spesi: i cittadini hanno il diritto di sapere quali sarebbero stati i benefici se quei soldi non fossero rimasti congelati. Paola De Micheli, ministro per le infrastrutture, può certamente individuare i fondi per riprendere i lavori sulla Tav

L’opera deve procedere il più rapidamente possibile”. Così ha dichiarato a “La Stampa” il 6 settembre in merito alla Tav la neo-Ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Sembrerebbe dunque che dalla No Tav si ripassi, con certezza e definitivamente, alla Sì Tav.

Assolutamente inutile ripercorrere qui le vicende attraverso le quali, particolarmente negli ultimi tempi, è passata quest’opera. Tutti le conoscono. Assicurando la ripresa dei lavori della Tav, ne riappaiono tutte le ricadute sul sistema economico. Subito, la creazione di occupazione (e si sa, al di là di navigator e simili invenzioni, quanto il Paese abbia necessità di creare nuovi posti di lavoro). In prospettiva, il contributo che l’opera arreca alla crescita economica del Paese stesso, ora e in futuro. Infatti, se l’Italia è inserita in reti di trasporto che vanno oltre i confini nazionali e che fanno parte di piani internazionali (tra l’altro, definiti da anni), potrà partecipare alle sfide economiche che derivano dalla globalizzazione. In queste sfide, anche i rapidi trasporti di cittadini e merci sono elementi imprescindibili. In buona sostanza, la Torino-Lione non serve per andare, rapidamente, da Torino a Lione a prendere un caffè, o viceversa.

Qui però non ci interessa tanto parlare delle motivazioni che possono influire sulle scelte della politica. Nel caso in esame, sulla sospensione dei lavori della Tav. Ci interessa, piuttosto, vedere un attimo le conseguenze che queste scelte (piaccia o non piaccia) possono avere sull’economia. Le ricadute possono essere positive o negative. In ogni caso, ne vengono sempre coinvolti i cittadini, in bene e in male. Quando poi si tratta di grandi opere, le ricadute si risentono maggiormente tenendo conto dei rilevanti importi che sono in gioco in questo campo.

Relativamente alle infrastrutture pubbliche ed ai sistemi di trasporto pubblico, si viene a sapere, anche attraverso analisi dei mezzi d’informazione (ad esempio, Il Sole 24 Ore del 20.08.2019), che il Ministero che si occupa di queste opere, nel 2018 non ha utilizzato circa 6 miliardi già esistenti nel bilancio dello Stato e pronti per essere spesi in base ai progetti già esistenti (cosiddette “economie di bilancio”). Se poi questa somma viene aggiunta a quelle già non spese negli anni precedenti, si arriva a 13 miliardi di euro, cifra che resta lì improduttiva nel bilancio.

Ora questi fondi, vista l’aria che tira nella finanza pubblica indipendentemente da ogni affermazione di miglioramento che venga fatta (basti pensare ai soliti circa 2.400 miliardi del debito pubblico), potrebbero anche venire cancellati o dirottati su altre spese. Va anche rimarcato che notizie come quella appena detta creano confusioni sulla finanza pubblica, confusioni che i cittadini che l’alimentano pagando le tasse non dovrebbero assolutamente avere. In altre parole, spesso si dice che non ci sono i quattrini per fare certe cose, mentre questi ci sono ma non vengono spesi.

L’aver arrestato la realizzazione della Tav potrebbe far parte delle suddette “economie di bilancio”, che hanno i rischi che abbiamo detto: sparire, lasciando l’opera priva, totalmente o parzialmente, di copertura finanziaria.

Se la neo-Ministra De Micheli ha fatto le affermazioni sulla Tav dette all’inizio, individuerà certamente i fondi per garantire la ripresa dei lavori. E così potranno realizzarsi quelle situazioni positive dette prima di creazione di occupazione e di crescita.

Ciò non toglie che i cittadini comuni, venendo a conoscenza delle scelte della politica, non possano chiedersi quali sarebbero stati i benefici sull’economia del Paese se i fondi del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non fossero rimasti congelati.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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