Editoriali | 06 agosto 2019

La Banca del Sud può fare rinascere l’economia se sarà come la Cassa per il Mezzogiorno di De Gasperi. Di Giuseppe Chiaradia*

Recentemente Il governo, su proposta del Movimento 5 Stelle, ha avanzato l’ipotesi di costituire una Banca per il Sud che dovrebbe stimolare gli investimenti nelle aree più svantaggiate del Paese. Se l’impostazione è quella di erogare finanziamenti a pioggia a piccoli imprenditori allora è l’ennesima iniziativa inutile. Se invece si creasse un istituto che finanzi progetti industriali d’interesse strategico per l’Italia, così come la Cassa per il Mezzogiorno fondata nel 1950 da Alcide De Gasperi, allora sarà un’ottima occasione per una rinascita non solo del sud, ma dell’Italia intera. Vediamo il perché

“Un nuovo boom economico potrebbe rinascere”, annunciò Di Maio all’inizio di quest’anno in un intervento durante gli Stati Generali dei consulenti del lavoro. Se “negli anni 60 avemmo le autostrade, ora dobbiamo lavorare alla creazione delle autostrade digitali”, spiegò Di Maio.

Purtroppo le reti per la comunicazione informatica di cui parla il vicepremier, sono oggi fondamentali strutture di servizio che ci rendono la vita più facile e piacevole ma ciò che crea ricchezza e benessere è la la produzione industriale, fatta di acciaio e motori, transistors e chimica, frigoriferi e automobili. Se l’Italia è diventata negli anni del boom economico dei decenni ‘60 e ‘70 del secolo scorso una nazione ricca e prosperosa lo deve anche al finanziamento da parte dello stato dei progetti industriali e infrastrutturali per lo sviluppo economico del sud Italia di quel periodo. Ed in tal senso la Cassa per il Mezzogiorno ha svolto un ruolo fondamentale, assieme ad altre banche statali controllate dall’Istituto per la Ricostruzione Italiana: l’IRI.

Grazie ai finanziamenti dello stato il sud dell’ Italia vide la nascita di grandi poli industriali là dove non c’era nulla o quasi. In quel periodo sorsero i grandi stabilimenti petrolchimici e le raffinerie di Brindisi, Taranto, Porto Torres, Assemini, Gela, Agusta, Priolo. A Taranto fu costruita la più grande ed avanzata acciaieria d’Europa: l’Italsider. Per fare un esempio ancor oggi l’ ex-Italsider vale da sola il 20% del PIL della intera Puglia. Ma anche le aziende fornitrici di macchinari ed impianti del nord Italia trassero ampio giovamento dai progetti di industrializzazione del mezzogiorno.

Oggi quel poco di industria tecnologica che è rimasto nel Sud Italia è merito o dell’intervento diretto dello stato o dei finanziamenti dello stato a grandi gruppi storici come Montedison o FIAT o grandi capitani d’industria come Nino Rovelli della SIR od anche multinazionali come Exxon.

In Italia molti illusi, veri o finti, credono che l’economia possa comunque andare bene lo stesso facendo a meno della grande industria e puntando esclusivamente sulle piccole e medie imprese leggere, spesso semi-artigianali. Ma una grande nazione ha anche bisogno delle grandi industrie tecnologiche, in particolar modo quella automobilistica, che fanno da traino alle industrie della componentistica, dell’impiantistica e dell’indotto in generale. Ove sono installate le grandi fabbriche, tutta l’area circostante diventa un polo industriale in cui si concentrano le aziende dell’indotto. Si creano posti di lavoro qualificati e tutte le attività ci guadagnano, perché i lavoratori i loro stipendi li devono pur spendere.

Sono rimasti solo due grandi gruppi industriali tecnologici ed il loro nome è ENI e Leonardo, ex Finmeccanica, cioè, guarda caso, gruppi controllati dallo stato italiano. La FCA non è più italiana, mentre altri gruppi che hanno fatto la nostra storia come Pirelli e Italcementi, sono controllati dallo straniero.

Tutte le cose di questo mondo hanno dei lati positivi e negativi, e quindi anche il giudizio su quel periodo va dato bilanciando i pro e i contro. Ma le persone interessate o, peggio, in malafede, hanno solo evidenziato ed enfatizzato le inefficienze, gli sprechi e le ruberie dell’ dell’intervento dello Stato nell’economia ed hanno volutamente trascurato, o peggio, nascosto, il gran bene che ha fatto nell’economia italiana. Una cosa è l’idea in sé, un’altra cosa è il modo in cui è applicata quella idea.

La propaganda ostile, sostenuta dalla stampa asservita a potenti gruppi finanziari, condusse, a partire da metà degli anni 80, alla sciagurata privatizzazione dell’industria di stato e allo smantellamento delle strutture finanziarie che avevano sostenuto gli investimenti di industrializzazione nel sud Italia. Fra queste la Cassa per il Mezzogiorno, nata nel 1950, con Alcide De Gasperi capo del governo, per la “predisposizione dei programmi, il finanziamento e l’esecuzione di opere straordinarie dirette al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale”. Fu soppressa nel 1984. Assieme all’acqua sporca, si era buttato via anche il bambino. Ma non sempre l’acqua era sporca: l’Italsider, un gioiello della tecnologia, fu svenduta per quattro soldi ad affaristi assetati di danaro, che la ridussero ad una cloaca a cielo aperto.

La Cassa per il Mezzogiorno era finalizzata principalmente alla realizzazione di infrastrutture per lo sviluppo industriale. Oggi nel sud le infrastrutture ci sono, mancano le fabbriche e la nuova Banca del Sud dovrebbe mirare al recupero dei poli già esistenti o a crearne di nuovi.

Per mettere su un’azienda vinicola, un’agriturismo od un call center non è necessario l’aiuto del credito agevolato: è sufficiente la capacità dell’imprenditore. Ma per l’imprenditore che investe in industrie ad alto costo di investimento in impianti, dove è richiesto personale non solo competente cioè scienziati, ingegneri e operai specializzati, ma anche personale amministrativo e manager altamente qualificati, lo stato deve fornire tutta l’assistenza necessaria. E quindi il credito agevolato della Banca del Sud dovrebbe concentrarsi soprattutto sull’aiuto finanziario a progetti che possano comportare un arricchimento del tessuto industriale del sud Italia. Ovviamente questi progetti devono essere approvati da commissioni di esperti (veri) che dovranno valutarne il beneficio per l’intera Nazione.

Qualcuno dirà che ci sono già le istituzioni della UE, coi fondi per lo sviluppo delle aree depresse, che sono aiuti di stato, che ciò è contro la libertà di mercato. Noi rispondiamo che una cosa è la Comunità europea, una cosa è il liberalismo, un’altra cosa è l’Interesse Nazionale. Per comprendere queste differenze, basta volgere lo sguardo verso oriente e osservare cosa è accaduto in Cina dopo la rivoluzione industriale promossa da Deng Xiaoping con le quattro modernizzazioni.

*GIuseppe Chiaradia, ingegenre chimico

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