Editoriali | 30 luglio 2019

La delocalizzazione dei prodotti del tessile deve essere disincentivata con pesanti dazi sulle merci di qualità. Di Giuseppe Chiaradia*

Sull’etichetta di un jeans firmato con prezzo di listino di 145 Euro si legge “made in Cambodia”, cioè questo jeans viene prodotto in un Paese del terzo mondo allo stesso modo di un jeans low cost da 10 Euro. Però l’abbigliamento di qualità italiano lo è grazie anche all’ingegno dei suoi lavoratori e non è giusto che affaristi senza scrupoli trasferiscano all’estero il frutto dell’intelligenza e dell’estro dei lavoratori italiani, togliendogli, come se non bastasse, anche il lavoro

Un jeans di un noto stilista italiano, con un prezzo di 145 Euro, viene venduto in saldo, col 50% di sconto. Si legge sull’etichetta “made in Cambodia”, cioè in uno dei Paesi asiatici più poveri, dove il costo della mano d’opera è persino inferiore a quello del Bangladesh o del Vietnam.

Per produrre un jeans low cost a 10 Euro o un jeans firmato a 145 Euro gli impianti di lavorazione sono praticamente gli stessi e quindi tanto il costo di investimento quanto il costo del lavoro è lo stesso. Ne consegue che l’incidenza del costo del lavoro di un qualunque jeans fabbricato in Asia sarà di qualche euro a pezzo. Quello che fa la differenza è principalmente la tecnologia di produzione: un jeans di qualità viene prodotto utilizzando dei procedimenti particolari, frutto dell’intelligenza e della creatività di coloro che hanno sviluppato quel determinato procedimento.

E’ altresì noto che nel settore tessile-abbigliamento, così come in altri settori come la cosmetica, l’incidenza del costo di produzione del manufatto è modesta, in quanto sono il marketing, le sontuose strutture direzionali e tutto il sottobosco parassitario che gira intorno al business a determinare principalmente il costo del prodotto finito. Infatti anche i capi venduto durante i saldi, che possono arrivare fino al 70% di sconto, devono comunque dare un tornaconto alle aziende della filiera, altrimenti chiuderebbero tutti bottega.

Allora viene da chiedersi: perchè andare a produrre in Asia un jeans da 145 Euro, quando fabbricarlo in Italia può costare certamente di più, ma comunque sempre pochissimo rispetto al prezzo di vendita? Negli anni d’oro della moda italiana, nei due decenni 70/80, i capi d’abbigliamento venivano prodotti tutti in Italia e le maison della moda e i produttori tessili guadagnavano comunque un mucchio di soldi.

Tutti quelli che dicono di sapere come girano le cose diranno: c’è la globalizzazione, la libertà di circolazione delle merci e dei capitali e le merci l’imprenditore se le va a produrre dove ritiene opportuno. Però questo discorso può avere una validità se per esempio un imprenditore va in Cambogia, trova una fabbrica con una propria linea di produzione di jeans e poi esporta in Italia il prodotto ideato e sviluppato da quelle parti. Ma se invece i titolari di un’azienda tessile vanno in Cambogia per installare una produzione tessile basata sulla tecnologia sviluppata in Italia, cioè in pratica delocalizzano la produzione italiana verso un Paese low cost, si sottrae al popolo italiano un patrimonio tecnologico frutto dell’ intelligenza e creatività dei suoi lavoratori.

Bisogna tenere presente che gli italiani sono stati per secoli maestri nella lavorazioni tessili, lana, cotone, sete, fibre sintetiche in tutte le sue fasi, in particolare: tintura, finissaggio, stampaggio, dove è richiesto, per un buon risultato della lavorazione, perizia e ingegno. I segreti dei procedimenti si sono tramandati per generazioni fra gli operai e i tecnici.

E il titolare di un’azienda tessile che va a produrre capi d’abbigliamento in Estremo Oriente, mandando i propri tecnici a spiegare ai lavoratori asiatici i procedimanti di lavorazione nati e sviluppati in Italia, può anche farlo, però deve risarcire il popolo italiano del trasferimento di tecnologia italiana all’estero. In altre parole: deve pagare dazio.

Quindi la cosa giusta da fare per tutelare il patrimonio tecnologico italiano dagli indebiti trasferimenti verso altri Paesi, è quello di imporre pesanti dazi alle merci di qualità che vengono prodotte all’estero dalle aziende che delocalizzano, in modo da disincentivare la sottrazione di tecnologia italiana da parte di affaristi senza scrupoli.

E non è solo la questione della delocalizzazione. A Partire dal nuovo millennio, quindi in corrispondenza della liberizzazione totale dei commerci internazionali e dell’introduzione dell’Euro ad oggi sono sparite oltre la metà delle imprese tessili che sono alla base della filiera: produzione di fibre, filati e tessuti. Malgrado questa ecatombe, il settore tessile-abbigliamento, con oltre 52 miliardi di Euro di fatturato e 400.000 addetti, rimane la più importante industria italiana ed un’eccellenza nota in tutto il mondo; ed è doveroso, se si ha a cuore le sorti della propria Nazione, che venga comunque tutelata dalla concorrenza straniera, con dazi mirati od altre misure protettive.

*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico

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