Editoriali | 26 luglio 2019

Lavoro: l'industria chiama, la scuola non risponde. Di Carlo Manacorda*

Entro il 2023 le imprese italiane chiederanno 500mila tecnici ma manca chi ha le competenze. Sempre più distante la preparazione scolastica dalle reali esigenze delle imprese E la politica? Non pervenuta

Gli appelli dell’industria sono chiarissimi.

L’amministratore delegato di Fincantieri dice che la società da lui diretta avrà bisogno, nei prossimi due o tre anni, di 5/6 mila lavoratori tecnici (carpentieri, saldatori, installatori di tubi, ecc.), ma non sa dove trovarli (“ora prendiamo lavoratori dal Vietnam, ma anche lì prima o poi finiranno”). Eppure la paga non è disprezzabile: mediamente,1.600 euro mensili.

Unioncamere, l’Unione delle Camere di Commercio italiane, fa sapere che, di qui al 2023, le imprese italiane potranno offrire un posto di lavoro a 469 mila tecnici, 96 mila nel solo settore della robotica. Per l’industria alimentare, le imprese italiane stimano un fabbisogno occupazionale nei prossimi cinque anni di 43 mila unità. E poi (lo diciamo piano piano per non essere accusati di “scorrettezza politica”) il responsabile per l’Italia di Huawei, il colosso mondiale cinese impegnato nella produzione di sistemi per le telecomunicazioni, pensa di creare in Italia almeno 1.000 nuovi posti di lavoro (2.000 indiretti).


Quando mandano questi appelli, le aziende, all’unanimità, commentano, con altrettanta chiarezza, la situazione italiana: continuano ad accentuarsi le differenze tra competenze possedute dal lavoratore e preparazione reale richiesta dalle imprese. In altre parole, diventa sempre più evidente il “mismatch”, cioè lo sfasamento tra ciò che la scuola ha insegnato e insegna e le competenze di cui ha bisogno il mondo produttivo. Cresce, anzi, il timore che questo sfasamento sia destinato ad aumentare per la velocità della trasformazione nel settore industriale, assolutamente indispensabile per competere sui mercati mondiali. In buona sostanza, la scuola non risponde, in maniera appropriata, alla richiesta di lavoratori da parte dell’impresa.

Dall’altra parte ci sta la politica. Quando parla di lavoro e di disoccupazione da curare, offre rimedi diversi: “reddito di cittadinanza”, “navigator” (strani disoccupati che, occupati temporaneamente, devono trovare un posto di lavoro stabile ad altri disoccupati, e poi diventare loro stessi nuovamente disoccupati), istituzione (come se non bastassero quelli che già ci sono) di altri enti pubblici quali l’ANPAL (l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, nata nel 2015 per coordinare le politiche del lavoro per le persone in cerca di occupazione e la ricollocazione dei disoccupati, e subito ben dotata di Presidente, Consiglio di amministrazione, Direttore generale, Consiglio di vigilanza, Collegio dei revisori e di un buon numero di dipendenti).

Non capendo le imperscrutabili ragioni della politica, ma cercando di mettere insieme quanto dicono industria e politica, il cittadino si pone due domande terra terra: ma se vuole diminuire la disoccupazione, sentendo gli appelli dell’industria il Ministro del Lavoro non può parlare un attimino con il collega Ministro dell’istruzione per trovare una soluzione a una questione che, ahinoi, si trascina almeno da vent’anni?


E poi, vista la quantità di soggetti che cercano lavoro ai disoccupati (mettiamoci anche i Centri per l’impiego), non sembra con brillanti risultati vista la perdurante situazione di disoccupazione in Italia in special modo di quella giovanile, c’era ancora bisogno di ANPAL, “navigator” e quant’altro? Non sarebbe stato forse meglio semplificare tutto il settore riducendo gli attori e rendendolo più efficiente e, quindi, maggiormente capace di avere risultati concreti?

Vero è che le due domande s’intrecciano necessariamente poiché, se non si dà risposta (politica) alla prima, la seconda durerà in eterno. Una riforma della scuola che tenesse conto delle esigenze del mondo della produzione svuoterebbe, di molto, i compiti dei soggetti creati per risolvere poco, rendendoli quindi inutili.

Guardando a questa buffa (si fa per dire) situazione, il cittadino, oltre che a chiedersi quanto appena detto, ha l’impressione che la politica non conosca (o non voglia conoscere) le esigenze dell’industria. Quindi, anziché offrire progetti concreti, si limiti ad affermazioni formali di circostanza, con vaghe promesse di soluzioni dei problemi dagli incerti confini. Confindustria constata anzi che il collegamento tra scuola e mondo del lavoro sta diventando sempre più debole, se non addirittura, negli ultimi tempi, in disfacimento. Eppure, a partire dal sistema universitario, si sta sempre più insistendo sul rafforzamento di questo collegamento. E’ quel compito (definito “terza missione”) che l’università dovrebbe svolgere accanto alla didattica e alla ricerca.

Ma le idee, per trasformarsi in fatti, hanno sempre bisogno dell’intervento delle persone. Se manca la volontà di queste per attuare l’intervento, le idee continuano a restare tali.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato

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