Editoriali | 20 luglio 2019

Da Armstrong che atterra sulla Luna a Rackete che sbarca a Lampedusa

20 Luglio 1969: Neil Armstrong, il primo uomo che mette piede sulla luna, è l’eroe della più grande conquista della civiltà industriale. 50 anni dopo, Carola Rackete, la carontessa che traghetta africani a Lampedusa, diventa l’eroina dei media e delle istituzioni asserviti alla globalizzazione ed in affari con l’accoglienza e l’ambientalismo

Il 20 luglio 1969 l’uomo mise il piede sulla Luna. Dopo un viaggio di 11000 Km, Il modulo LEM, staccatosi dalla Navicella spaziale Apollo 11, atterrò sul suolo lunare e di lì scese Neil Armstrong.

“Sarà un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco passo per l’umanità” disse al mondo Neil Armstrong sull’ultimo gradino della scaletta del LEM. Ma non tutti la pensavano così. E costoro faranno in modo che quell’impresa straordinaria sarà l’ultima grande conquista della tecnologia del mondo occidentale. La tumultuosa cavalcata della scienza e della tecnica, che aveva attraversato l’occidente durante tutta la rivoluzione industriale, nata in Inghilterra sul finire dell’800, si sarebbe arenata il 20 luglio 1969 sulla superficie sassosa della Luna.

L’impresa condotta da Neil Armstrong, l’uomo che per primo mise piede sulla Luna, esaltò e riempì di orgoglio la parte sana del popolo americano, e la stampa e le televisioni del mondo occidentale ne celebrarono il trionfo con ammirazione ed entusiasmo. Ma i tempi sono cambiati. Oggi, negli anni della globalizzazione, dell’ambientalismo e della decrescita, le imprese che riempiono di entusiasmo e comprensione la stragrande maggioranza mezzi di comunicazione e delle istituzioni di tutta l’Europa sono quelle della Rackete, la carontessa che sbarca a Lampedusa un carico di africani recuperati dal gommone degli scafisti dopo aver speronato una nave militare italiana.

Teste vuote

Carola Rackete, una ragazza di 31 anni dalla faccia triste, viene intervistata dalla Bild non solo per raccontare sulla nota vicenda, ma anche e sopratutto per dissertare sui massimi sistemi. Ecco alcuni stralci dell’intervista riportati da Libero in un articolo del 16 Luglio: « Il cambiamento climatico causa rifugiati climatici, che dobbiamo naturalmente assorbire. In alcuni paesi africani, per colpa dei Paesi industrializzati in Europa, la base nutrizionale viene distrutta». E ovviamente c' è anche il colonialismo: «Abbiamo una responsabilità storica per le circostanze anche dall' era coloniale. (...) L' Europa sta sfruttando l' Africa ed ecco la spirale che porta alla fuga. Pertanto, vi è una responsabilità storica di accettare i rifugiati che non possono più vivere nei loro paesi a causa della povertà o anche della situazione climatica».

Le solite fesserie dell’accoglienza e dell’ambientalismo messe in un unico calderone e ripetute come una filastrocca dalla ragazza germanica appartenente alla radical chic jugend. Però la domanda è: come fa un giornale di levatura internazionale come la Bild a chiedere pareri e soluzioni sulle enormi problematiche del nostro pianeta ad una ragazza qualsiasi? Quali sono gli studi e le esperienze pluriennali che può vantare la Rackete per poter trattare di questioni così gravi e complesse? Siamo caduti così in basso che deve essere una ragazzetta, vedi la anche l’altra eroina adolescente dell’ambientalismo Greta, a spiegarci come risolvere I problemi (presunti) del clima e delle migrazioni?

La finanza di Wall Street prende il controllo dell’economia americana

Negli anni sessanta il potere economico negli Stati Uniti era ormai passato saldamente nelle mani della finanza: banche, fondi di investimento, uomini di affari. L’epoca dei capitani d’industria come Paul Getty, Henry Ford, Howard Hughes che avevano creato i grandi imperi industriali nei primi decenni del 900 era definitivamente tramontata ed il loro posto era stato preso da finanzieri che compravano e vendevano quote di azioni di società come fossero una merce qualsiasi. Lo scopo che anima gli uomini di affari è uno solo: il profitto. Del gigantesco passo dell’umanita a loro, francamente, non gliene fregava niente.

L’ideologia della società consumistica

Patria, Lavoro e Famiglia, i valori portanti della civiltà industriale, apparivano inutili se non dannosi nella nascente società fondata sul denaro, dove l’unica cosa che conta è il raggiungimento del benessere materiale personale. Nella società del denaro non si costruisce, si consuma. Esiste il presente, non il futuro. Avere una famiglia, dei figli da allevare e crescere, un lavoro che dia soddisfazioni e che possa essere utile per sè e per gli altri, ebbene tutto questo è superfluo. Quel che conta è consumare ed il lavoro deve servire non per dare un significato alla propria esistenza, ma per intascare soldi che poi devono essere spesi per consumare. E arricchire il potere finanziario e quella borghesia parassitaria che ronza sempre intorno a chi mena il bastone, soprattutto se ha soldi da distribuire.

La contestazione giovanile e il consumismo

I giovani rampolli della borghesia americana che frequentavano le costosissime università come Yale e Princeton furono i primi a cogliere lo spirito dei tempi che stavano cambiando. E si misero a contestare i vecchi valori e a proporne di nuovi, più attinenti alla società dei consumi, come pacifismo, lotta alla fame nel mondo, libertà dei costumi, droga libera, aborto, eccetera. In effetti, secondo la prospettiva di una società materialistica, che senso ha andare a rischiare la ghirba nel Vietnam per la libertà dei popoli, mentre nei campus si fa la bella vita, si balla, si fuma, si canta, e nei ritagli di tempo magari si studia anche qualcosa?

In quegli anni, oltre alla guerra nel Vietnam, uno dei leit motiv era la fame nel mondo. I denigratori dicevano: perchè si spendono tanti soldi per le imprese aerospaziali quando in Africa si muore di fame? Come per dire: soldi spesi inutilmente. Ciò non è vero perchè il ritorno sulle attività civili degli studi scientifici della NASA è stato enorme, ad esempio le celle fotovoltaiche al silicio delle navicelle spaziali, poi applicati nei pannelli fotovoltaici per le abitazioni. Ma anche ammesso per assurdo che sia vero, perchè, allora, visto che nella società dei consumi di spese superflue ce ne sono a iosa, prendersela proprio con le imprese aerospaziali ?

In realtà, il mondo della scienza e della tecnica era culturalmente estraneo sia ai businessman di Wall Street, sia ai giovani contestatori dei campus americani. La maggior parte di loro si iscrivevano (e si iscrivono) a facoltà umanistiche come Legge oppure alle prestigiose (per loro) scuole di Business. E d’altra parte come dargli torto? Quei ragazzi aspiravano a diventari uomi di affari, avvocati, , economisti, tutti bei mestieri da scrivania. Di entrare in una fabbrica, a stare in mezzo al rumore delle macchine e al sudore degli operai non è il massimo dell’aspirazione, nella società del benessere e del piacere.

Greta, Carola ed il sessantotto

Gli ex studenti universitari che avevano vissuto e condiviso la contestazione degli anni 60/70, una volta usciti dalle facoltà, andranno ad occupare professioni strategiche nel campo della comunicazione e dell’educazione: politica, giornalismo, insegnamento, e trasferiranno nelle loro attività professionali, la diffidenza, se non l’ostilità, verso il progresso tecnologico ed il mondo industriale. Un’ostilità sbagliata, perchè Sergio Marchionne, che era laureato in Filosofia, fu un grande manager di una fabbrica automobilistica.

Il risultato della contaminazione delle idee anti industriali nel tessuto culturale e mediatico delle società occidentali ha comportato la formazione, a partire dagli anni 80, di un nuovo ceto sociale parassitario che potrebbe essere definito borghesia radical green, la quale si costruisce carriere e si guadagna soldi e titoloni sui giornali compiacenti criminalizzando l’industria (ambientalismo) e portando africani in Europa (accoglienza), da accudire prelevando indebitamente risorse ai sudditi-consumatori. Ovviamente, ad accudire gli africani ci pensano loro, dietro, ovviamente, congruo compenso.

*Giuseppe Chiaradia, ingegnere chimico