Editoriali | 22 maggio 2019

"Non lasciatevi ingannare dalle false promesse. Ce la potete fare anche in Africa". Di Anna Bono*

I vescovi africani si rivolgono ai giovani africani perchè rinuncino ad emigrare clandestinamente: "Voi rappresentate il presente e il futuro dell'Africa". Ma la CEI asseconda l'ideologia immigrazionista

Ancora una volta il clero cattolico prende la parola in Africa per raccomandare ai giovani di rinunciare a emigrare clandestinamente. Riuniti in Assemblea plenaria nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, dal 13 al 20 maggio, i membri della Cerao, la Conferenza Episcopale Regionale dell’Africa Occidentale, hanno riflettuto sulla situazione sociale, economica e politica dei rispettivi paesi e sul compito che la Chiesa è chiamata a svolgervi: “Nuova evangelizzazione e sviluppo umano integrale nella Chiesa” il tema scelto. Al termine dei lavori l’Assemblea ha pubblicato una lunga, intensa lettera pastorale. Rivolgendosi ai giovani, “non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e a un futuro illusorio – dice il messaggio – con il duro lavoro e la perseveranza ce la potete fare anche in Africa e, cosa più importante, potete rendere questo continente una terra prospera”.


I membri della Cerao sono preoccupati non per i giovani che emigrano legalmente, che per lo più scelgono come destinazione altri paesi africani che offrono maggiori opportunità di lavoro, ma per “il fenomeno della migrazione irregolare” per i giovani che decidono avventatamente di “sacrificare la vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte”, in particolare l’Europa: “voi rappresentate il presente e il futuro dell’Africa, che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, in particolare verso l’Europa. I nostri cuori come pastori e padri soffrono nel vedere queste barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che si perdono tra le onde del Mediterraneo”.


Da alcuni anni ormai le conferenze episcopali africane sono impegnate in campagne di informazione rivolte ai giovani e alle famiglie, per contrastare l’emigrazione illegale. Sempre però, mentre esortano i giovani a restare, a mettere a frutto i loro talenti in patria, richiamano i rispettivi governi alle loro responsabilità. La stessa lettera pastorale della Cerao dedica diversi paragrafi ai doveri dei governanti e dei politici. “Vi esortiamo – dice ai leader africani – a combattere tutto ciò che mette in pericolo il bene comune e mina la dignità della persona umana: corruzione, cattiva gestione e traffico di esseri umani in tutte le sue forme. Con voi e per voi, noi preghiamo che i privilegi e gli interessi personali non abbiano la meglio nei vostri cuori, ma che vi facciano assolvere il vostro incarico, dando la massima priorità al bene comune”. 


La Conferenza episcopale italiana sembra non rendersi conto di questo impegno volto a salvare vite umane, tutelare l’unità famigliare e promuovere il bene collettivo. Al contrario, concorre a vanificarlo. Asseconda infatti l’ideologia immigrazionista che proclama un dovere illimitato di accoglienza, senza curarsi di contribuire così a creare una generazione di giovani senza futuro, “esiliati” in un paese che non è in grado di offrire loro lavoro e prospettive di integrazione, condizioni necessarie per vivere in sicurezza e dignità.


Anche il cardinale Robert Sarah, guineano, ha più volte espresso il proprio disappunto a questo proposito. “Tutti gli emigranti che arrivano in Europa sono senza un soldo, senza lavoro, senza dignità – ha detto intervistato lo scorso 3 aprile dal magazine “Valeur Actuelles” in occasione della presentazione del suo ultimo libro, “Si avvicina la sera e il giorno è quasi al termine” – è questo che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con questa nuova forma di schiavitù”.

Il cardinale dissente inoltre dalla posizione della Chiesa italiana che confonde emigranti e rifugiati, con la conseguenza di complicare la già difficile situazione di questi ultimi. Nessuno, sostiene il cardinale Sarah, deve mettere in discussione il “diritto di ogni nazione di distinguere tra un rifugiato politico o religioso, costretto a fuggire dal proprio paese, e un emigrante economico che decide di trasferirsi e cambiare la propria residenza, senza adattarsi alla nuova cultura del paese in cui vive”.

*Anna Bono, docente Storia e Ististuzioni dell'Africa

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