Editoriali | 07 maggio 2019

Spesa pubblica: lotta agli sprechi, tanta fuffa, poca volontà. Di Carlo Manacorda*

Tagliare la spesa pubblica e i relativi sprechi sembra impossibile. Eppure basterebbe applicare due principi già stabiliti nella Costituzione

Nel bilancio dello Stato, la lotta agli sprechi fa parte della “spending review”. In parole nostrane, della “revisione della spesa”. La revisione della spesa è un procedimento contabile mirato al miglioramento della spesa pubblica. Questa contiene esborsi che andrebbero cancellati poiché sono, senza dubbio, sprechi di denaro pubblico (cioè dei cittadini). Quindi, se si vuole migliorare la spesa pubblica, bisogna anche cancellare gli sprechi.

Tutti i Governi annunciano che la lotta agli sprechi sarà un obiettivo primario della loro azione. Poi però ne constatano i modesti risultati. Ciò non toglie che la ripropongano nel bilancio dell’anno dopo per garantire che non se ne sono dimenticati. Così è avvenuto anche per il Governo giallo-verde. In campagna elettorale, l’annuncio è stato grandioso: “Risparmieremo 30 miliardi dai tagli agli sprechi”. Pensando alla durata di cinque anni di un Governo, si sarebbe trattato di eliminare sprechi per una media di 6 miliardi all’anno.

I documenti economici predisposti dal Governo giallo-verde (per tutti, il Documento di economia e finanza 2019) con le proiezioni finanziarie per il periodo 2019-2022 presentano, relativamente alla revisione della spesa, cifre minori. Scomparso, appena dopo l’annuncio dato da Di Maio, il “team mani di forbice”, per la revisione della spesa si ipotizzano complessivamente, per il detto periodo, 8 miliardi. Ma si anticipa che la realizzazione dei risparmi non sarà facile. Lo conferma anche il rapido ritiro dei due viceministri Massimo Garavaglia (Lega) e Laura Castelli (M5s), nominati commissari proprio per tagliare spese e sprechi. Per gli sprechi che s’intendono eliminare, le dichiarazioni vanno dalla riduzione di agevolazioni fiscali, al taglio dei parlamentari e dei loro stipendi, all’eliminazione delle scorte di polizia ritenute ingiustificate, ai vitalizi, alle super pensioni dei sindacalisti, e via cantando.

Ciò detto, quand’anche si riuscisse nell’intento dei tagli, si rileva che, nei documenti sopra indicati, si prevede che la spesa pubblica aumenti complessivamente, nel periodo 2019- 2021, dell’8,85% passando dagli 853,6 miliardi del 2018 ai 929,1 miliardi del 2021.

Il che, evidentemente, annulla i benefici degli stessi tagli. Ci si può dunque chiedere se ci sia, in questo come in altri Governi, una volontà effettiva di tagliare la spesa pubblica con i relativi sprechi, oppure se le lotte agli sprechi siano

fuffa, chiacchiere cioè senza fondamento per lo più a scopi elettorali. Pur ammettendo che una volontà teorica iniziale ci possa essere, quando si tratta di passare dal dire al fare nascono le difficoltà. Eliminare gli sprechi della spesa pubblica spesso significa scontrarsi con posizioni di rendita che esistono talora da anni, ed i cui beneficiari non sono per nulla disponibili a rinunciarvi. Politicamente parlando, si teme che il taglio dei benefici possa determinare il venir meno del consenso elettorale, che andrebbe a vantaggio degli avversari. Quindi, il rinvio dei tagli agli sprechi è sempre la via di fuga preferita.

E poi, chi decide quali sono effettivamente gli sprechi? Quella somma che mi sono

impegnato, in campagna elettorale o durante il mio governo, a pagare ritenendola assolutamente fondata, altri occhi possono considerarla uno spreco. Gli esempi non mancano, dagli 80 euro concessi dal Governo Renzi a determinate categorie di cittadini, oggi ritenuti da qualcuno spreco, alle agevolazioni fiscali accordate a categorie di operatori economici (imprese, enti), che dopo possono essere valutate spreco in quanto considerate ingiustificate.

Volando un po’ più basso, forse una vera lotta agli sprechi si farebbe semplicemente pretendendo da tutti un’onesta applicazione delle norme esistenti. A chi opera nella pubblica amministrazione, comprese le alte cariche, di ottemperare correttamente ai doveri dell’ufficio (vale per i “furbetti del cartellino” come per i “suonatori di piano” o gli “assenti cronici” nelle aule governative). A chi si occupa, sempre nella pubblica amministrazione, di acquisti di beni e servizi, di pagare prezzi giusti, cioè non aumentati della tangente. Uno studio di Uninpresa valuta infatti che la corruzione può far aumentare del 20% i costi complessivi dei contratti pubblici, con un maggior esborso, per le casse pubbliche, di 10 miliardi all’anno (basterebbero 3 anni per consentire il taglio di 30 miliardi che si era prefissato il Governo giallo-verde). E così via, fino a non rivendicare l’uso della “macchina blu”, i cui tagli sono sempre stati annunciati, ma poi camuffati con sotterfugi ancora più dispendiosi (macchina di lusso in affitto con autista a disposizione giorno e notte). In definitiva, esigere da tutti coloro che operano nella pubblica amministrazione l’applicazione dei due principi, stabiliti tra l’altro dalla Costituzione, del “buon andamento” e dell' “imparzialità” della pubblica amministrazione.

Ma questo è un altro discorso.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato