Editoriali | 28 aprile 2019

Manine nelle tasche dei pensionati, ovvero: come ti pago il reddito di cittadinanza. Di Carlo Manacorda*

Da anni i pensionati sono un bancomat per alimentare le casse dello Stato. Nonostante il proclama "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani"

“Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani !”. Cioè, non aumenteremo le tasse e non toglieremo diritti ai cittadini. E’ il proclama più sbandierato dei politici che governano.

Comunque vadano le cose, c’è però sempre un’eccezione. Se gli italiani sono pensionati,il proclama non vale. Infatti, anche il Governo giallo-verde ha cominciato a frugare nelle loro tasche dal 1° gennaio 2019 per rosicchiare le loro pensioni. Un diritto che viene, palesemente, calpestato. Per comprendere meglio le insolenti “palpazioni”, bisogna fare un po’ di storia.

Dal 1969, le pensioni degli italiani beneficiano di un meccanismo definito “perequazione automatica delle pensioni”. L’importo della pensione si rivaluta in base all'inflazione.

L’aumento del valore dell’assegno, e quindi del suo potere d’acquisto, protegge il pensionato dalla crescita del costo della vita. Nel 2001, le pensioni sono state ripartite in tre fasce e la perequazione viene applicata in misura decrescente via via che cresce l’importo della pensione (a seconda, cioè, che superi tre o cinque volte il trattamento minimo di pensione).

Nel 2012, c’è il primo grosso furto ai pensionati. Il Governo Monti, e la riforma delle pensioni Fornero, bloccano la perequazione per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo stabilito dall’INPS. Nel 2015, la Corte Costituzionale dichiara illegittimo questo blocco. Il Governo Renzi non vuole però essere da meno di quello di Monti. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, nello stesso anno 2015 compie il secondo grosso furto ai pensionati. Stabilisce che la perequazione sia parziale e scatti solo per i trattamenti compresi tra 3 e 6 volte il trattamento minimo. La rivalutazione è bloccata per le pensioni che superano 6 volte il trattamento minimo. In soldoni, se la pensione supera 6 volte il trattamento minimo, il pensionato non avrà alcun aumento indipendentemente dai contributi versati e poco importa se il valore della pensione non si adegua più al costo della vita. Dovrebbe però esserci uno spiraglio. I blocchi sono temporanei, e l’ultimo blocco scadrà con il 2018. Dal 2019, dovrebbero ritornare le regole più favorevoli della perequazione anteriori al 2001. Cioè una rivalutazione effettivamente legata al costo della vita. Ma, ahimè, non è così. Il 1° giugno 2018 entra in carica il Governo Conte giallo-verde.Le promesse elettorali sono state grandiose. Tra queste, quella di corrispondere ai meno abbienti un reddito o una pensione di cittadinanza. Però bisogna trovare i miliardi per coprire i costi delle promesse. Perché non mettere le mani nelle tasche dei pensionati?

Da anni sono un bancomat immediatamente disponibile per alimentare le casse dello Stato.

E così la legge di bilancio 2019 targata Di Maio/Salvini, oltre che ad abolire le cosiddette “pensioni d’oro”, stabilisce criteri peggiorativi per la perequazione di tutte le altre. Dal 1°gennaio 2019, e per il triennio 2019-2021, alle pensioni che superano 3 volte il minimo, e cioè superiori a 1.522 euro mensili lordi, si applicheranno criteri di rivalutazione più bassi di quelli stabiliti dai governi precedenti.

I ritardi nell’approvazione della legge di bilancio 2019 hanno impedito all’INPS di procedere alle riduzioni delle pensioni dal 1° gennaio 2019. Le riduzioni sono state applicate dal 1° aprile 2019. Ora però si deve recuperare quanto pagato in più per il trimestre gennaio-marzo. L’INPS precisa che: “Nei prossimi mesi comunicherà le modalità del recupero delle somme relative al periodo gennaio-marzo 2019”. E si calcola che la stangata di recupero che sarà appioppata ai pensionati potrà arrivare fino a 200 milioni di euro.

Con una circolare del 22 marzo 2019 l’INPS precisa che, dei 5,6 milioni di pensionati assoggettati ai nuovi sistemi di calcolo, per circa 2,6 milioni la riduzione della pensione ammonta a una media mensile di circa 28 centesimi. Poi la decurtazione sale gradualmente, in ragione dell’importo della pensione goduta. Per esempio, chi prende 3mila euro al mese subirà un taglio mensile di circa 13 euro; per chi ne prende 5 mila il taglio sarà di 30 euro. Moltiplicando gli importi di riduzione mensile per l’intero anno, 13^ compresa, si arriva a perdite di decine e centinaia di euro. Un bel regalo da chi prometteva e promette di non mettere le mani nelle tasche degli italiani.

*Carlo Manacorda, docente di Economia Pubblica ed esperto di bilanci dello Stato