Editoriali | 25 aprile 2019

Economia delle Fiere d'Arte, ovvero quando l'utile si unisce al dilettevole. Di Paolo Turati*

Sempre maggiore nel mondo l'impatto economico delle grandi Fiere d'Arte. L'Italia, che detiene oltre metà del patrimonio artistico mondiale, è fuori da questo circuito. Ed è una grave carenza.

Premesso che in Italia non sono presenti Fiere d’Arte di caratura internazionale ( anche quelle ritenute le più le storicizzate come Bologna Arte Fiera, ovvero quelle considerate maggiormente dinamiche come Miart, oppure quelle percepite dal pubblico generico quali le più trendy come Artissima sono irrilevanti a livello globale sia come fatturato che come caratura degli espositori), l’impatto economico positivo prodotto da questo settore a livello globale sta diventando di anno in anno sempre più significativo.

Il mercato dell’Arte è salito, al suo secondo livello negli ultimi 10 anni, nel 2018 del 6% raggiungendo una stima di giro d’affari di 67,4 Miliardi di Dollari grazie al consolidamento della fascia alta, con gli Stati Uniti che si riaffermano come il più grande mercato e il Regno Unito a riconquistare il suo posto come il secondo mercato più grande prima della Cina. In particolare, le fiere d'arte ( quelle principali registrano numeri di visitatori fra i 60 e i 100 mila nei canonici 3/5 giorni di apertura) continuano ad essere una parte centrale del mercato dell'arte globale, con il loro fatturato aggregato che ha raggiunto i $ 16,5 miliardi nel 2018, con un incremento del 6% su base annua. È cresciuta la quota del valore totale delle vendite globali degli espositori realizzate nelle fiere d'arte che sono salite da meno del 30% nel 2010 al 46% nel 2018.

Nell’ambito delle fiere d’arte si è consolidato nel corso degli ultimi anni un oligopolio di tre soggetti internazionali( Art Basel, Frieze London e Tefaf Maastricht), il più antico dei quali ( Art Basel, che si svolge tradizionalmente a Giugno) è attivo dal 1970, che generano parte rilevantissima del fatturato mondiale delle fiere d’arte anche grazie alla loro inarrestabile strategia di espansione worldwide. Così Art Basel Miami( che si tiene a Dicembre) in 15 anni ha scalato vette ritenute impensabili e oggi peraltro eguagliate dalla sorella Art Basel Hong Kong( che apre ogni Marzo) , al pari di Frieze New York, filiazione di Frieze London( con opening ad Ottobre), che “invade” la Grade mela ogni Maggio, in competizione con l’edizione americana dell’altro grande player mondiale, cioè Tefaf Maastricht, la quale fiera ha la sua apoteosi annuale lussemburghese ogni Marzo.

L’espansione nei Continenti, negli Stati e nelle Città ritenute più interessanti nel Mondo da parte di questi tre gruppi ( ampiamente supportati in modo strutturale da Istituzioni finanziarie di gran livello come Ubs per Art Basel, Bank of America per Tefaf e Deutsche Bank per Frieze) si sviluppa in alcuni casi anche attraverso acquisizioni di quote minoranza di fiere considerate capaci di crescere, come per il 48% acquisito di recente da parte di Art Basel di Duesseldorf Art Fair.

In media, gli espositori hanno partecipato a quattro fiere nel 2018, con frequenza varia tra settori e segmenti e con oltre il 25% di essi che espone a 10 o più fiere. Nel 2018, gli espositori che partecipano ed espongono alle fiere hanno dichiarato di aver sostenuto spese per circa 4,8 miliardi di dollari, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente.

Grave il fatto che l’Italia, in cui sono collocati più di metà dei beni artistici del Mondo, sia fuori da questo circuito per tutta una serie di criticità inerenti al Mercato dell’Arte. Dall’IVA più alta che altrove ( ad esempio a New York non c’è addirittura), alle problematiche tuttora esistenti circa in vincoli di esportazione, ai dubbi sul trattamento fiscale delle plusvalenze realizzate dai privati, al Diritto di Seguito, allo Spesometro, al Redditometro, all’inesistenza di defiscalizzazioni sulle donazioni di opere d’arte a fini sociali su cui sono sorti molti dei più grandi Musei al Mondo.


*Paolo Turati, doc. Economia degli Investimenti